31. 01. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

Vucic pregusta la “conquista” di Belgrado

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Un governo, guidato dal premier Dacic a trazione progressista e socialista, che ben funzionava. Ma andava cambiato. Un Paese che si è appena lanciato nei negoziati d’adesione all’Ue. Ma che può permettersi di “rallentare” la marcia d’avvicinamento per gettarsi in una campagna elettorale che si prevede tutt’altro che ordinata. Un vicepremier, Aleksandar Vucic, a cui tutti i bookmaker hanno già cucito i galloni di prossimo primo ministro, ma che deve parare i colpi dell’ex ministro dell’Economia, il tecnico Sasa Radulovic, che lo ha accusato di essere il maggior ostacolo alle riforme in Serbia. La risposta, la magistratura indagherà sui «numerosi» ma non meglio precisati «crimini» economici commessi da Radulovic. E anche su quelli dell’ex sindaco di Belgrado, Dragan Djilas, oggi leader del Partito democratico, primo partito d’opposizione.

È grande la confusione sotto il cielo serbo, a un mese e mezzo dal voto parlamentare anticipato. Unica cosa assodata, che al voto trionferanno i progressisti (Sns) di Vucic, al 42% nei sondaggi. E «io tiferò per la vittoria dell’Sns», ha confessato in diretta tv Tomislav Nikolic, ex leader del partito e oggi presidente della Repubblica. Certo, «sono il presidente di tutti i cittadini, ma per me non tutti i partiti sono uguali», ha ammesso. Nikolic che però non dovrà tifare contro, dato che gli avversari di Vucic sono in panne. I democratici (Ds) bloccati al 14%, i socialisti al 10%, i Dss di Kostunica al 7%, i liberaldemocratici al 5%.

Ma perché cambiare, se il governo – come ribadito dallo stesso Nikolic – finora ha fatto così bene? Per capitalizzare i consensi, indubbiamente. E si tratta quanto meno «di una decisione inusuale, ma è ovvio che il Partito del Progresso vuole più potere», magari in alleanza con un «più piccolo o più cooperativo partner di governo» rispetto ai socialisti, risponde al Piccolo l’analista politico del think tank “Centar za prakticnu politiku”, Dragan Popovic. Più potere attraverso un ricorso alle urne, continua Popovic, che «non è una buona notizia per la politica serba, perché mostra che non siamo una società molto seria».

Molto confuso anche il quadro dell’opposizione, frammentata e litigiosa. Ultimo episodio, la probabile discesa in campo dell’ex presidente della Repubblica ed ex leader dei Democratici, Boris Tadic. Tadic che potrebbe correre da solo, anche se ieri è arrivata una parziale smentita. «Non ho formato» un partito chiamato «Fronte democratico» separato dai Ds, ha però assicurato Tadic, che però non ha escluso di volerlo presto fare. Al contempo ha annunciato di aver «deciso di uscire» dal Partito democratico. Motivo addotto, la probabile alleanza tra Ds e la “Nova Stranka” di Zoran Zivkovic, ex premier e già leader Ds decaduto con l’avvento di Tadic.

Discussioni, ha accusato sempre Tadic, che vanno avanti anche con altri attori che in passato avrebbero garantito ai Ds il titolo di «partito degli scandali e della corruzione». «La mia decisione non è contro gli iscritti del Partito democratico, è per loro», ha assicurato. Ma anche qui domina l’incertezza. Se Tadic scenderà in campo con una propria formazione «non sono sicuro che essa sarà di opposizione» e «non è fantascientifico» immaginare perfino che sostenga la maggioranza di governo, in primavera, la pulce nell’orecchio messa da Popovic.

Rimane poi irrisolto il rebus Vucic, oggi all’apice della popolarità e considerato all’estero e in patria come un sincero europeista. Ma tanti ancora ne ricordano i non lontani trascorsi da ultranazionalista assieme a Nikolic, anche se tutto evolve. Non muta idea però su di lui, perché «forse sono troppo vecchia per farlo», l’intellettuale Srbijanka Turajlic, rispettata voce critica in Serbia. Magari Vucic ha veramente cambiato opinione, aggiunge Turajlic, oppure il suo passato non è «abbastanza problematico» per la maggioranza. Le persone, gli elettori, se «un politico fa quanto desiderano dimenticano facilmente». Poi c’è Bruxelles, che «vuole risultati concreti» su molti fronti. Cosa che il futuro nuovo premier, qualsiasi sia il suo passato, potrà garantire.

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