
BELGRADO La Serbia potrebbe essersi assicurata un inaspettato alleato nel suo accidentato cammino per conquistare lo status di Paese candidato a membro dell’Ue. Dopo il “no” al summit europeo di dicembre, dettato dal veto tedesco e dall’opposizione austriaca a causa della tensione in Kosovo, Vienna potrebbe aver cambiato idea. La nuova linea morbida verso Belgrado è stata caldeggiata dal ministro della Difesa austriaco, il socialdemocratico Norbert Darabos.
In un’intervista al quotidiano viennese Der Standard, Darabos ha commentato la mossa di non garantire disco verde alla Serbia in modo molto critico. «Non sono soddisfatto della decisione. Vorrei ammonire l’Ue: se si chiudono le porte a Belgrado, s’irrobustiscono le forze politiche serbe che non credono all’Europa, mettendo a repentaglio la stabilità della regione», ha osservato il ministro. Che poi ha aggiunto che, se Bruxelles persevererà in questa strategia potrebbe lanciare «un segnale fatale» all’intera regione balcanica. «I tedeschi giudicano in modo sbagliato la situazione», ha aggiunto, riferendosi alle pressioni della Cancelliera Merkel sulla Serbia perché privi di ogni sostegno i serbi del Nord del Kosovo, anche se Belgrado ha ormai influenza zero su di loro. «Il processo di pace nei Balcani è in pericolo, se i nazionalisti vinceranno alle prossime elezioni di primavera. Bisogna che la Serbia ottenga la candidatura, e prima del voto», ha infine auspicato Darabos, facendo intendere che oggi è a rischio la tenuta democratica del Paese balcanico e il suo futuro in Europa. Malgrado ci sia infatti in Serbia «una maggioranza che sostiene l’ingresso nell’Ue ritenendolo più importante della questione del Kosovo», senza status i numeri dei pro-Europa potrebbero ridursi drasticamente. E bisogna pertanto iniziare a «trattare la Serbia come la Croazia», ormai pronta a entrare nell’Ue nel 2013.
Ma i numeri smentiscono Darabos: per la prima volta, un nuovo sondaggio ha svelato che la maggioranza dei serbi è contraria all’ingresso in Europa. Se nel 2006 due serbi su tre sostenevano con convinzione il processo d’integrazione, oggi solo il 28% ha mantenuto questa posizione. Mentre addirittura il 52% voterebbe contro Bruxelles in un referendum che ponesse oggi la fatidica domanda: «O Kosovo, o Ue».









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