04. 10. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Stop del governo al Gay pride di Belgrado

BELGRADO La storia si ripete, anche quella di cui si può andare meno fieri. Hooligan-governo serbo, uno a zero. A Belgrado, per due anni di seguito, hanno vinto i violenti. Estremisti nazionalisti e omofobici – in testa i movimenti “Dveri” e “Nasi 1389” -, che sono riusciti con minacce verbali a “convincere” l’esecutivo a vietare la “Gay Pride Parade” di sabato. Chi sperava in un cambio di rotta rispetto al 2011, è stato deluso. A causa delle «minacce alla sicurezza», il “Prajd 2012” – e i raduni “anti-gay” previsti in contemporanea – sono stati proibiti, ha deciso ieri pomeriggio il ministero degli Interni. «Non è una disposizione contro qualcuno», ma solo una mossa per «proteggere la vita di cittadini e poliziotti», ha chiarito il premier Dacic.

«Una decisione infelice», la descrive invece al Piccolo Goran Miletic, fra gli organizzatori della marcia. «È una chiara violazione della Costituzione e degli standard internazionali», aggiunge, ricordando che «si tratta della terza volta», 2009 incluso, che il governo vieta il Pride senza ragioni particolari». «Non ci sono prove che la sicurezza sarebbe stata a rischio», assicura Miletic, promettendo per sabato un’azione della comunità Lgbt «di cui ora non posso parlare».

La risoluzione di vietare la manifestazione è arrivata, particolare significativo, dopo un appello contro il raduno, giunto in mattinata dal patriarca serbo Irinej. «La tragicomica parata della vergogna», aveva dichiarato Irinej all’agenzia Tanjug, va fermata. I danni provocati sono già troppo grandi, ha continuato l’alto prelato, parlando di «un’ombra morale pesante» che incombe su Belgrado a causa del raduno della comunità Lgbt. Un’ombra proiettata anche da una mostra – in programma nella capitale serba nell’ambito della “Pride Week”, “isolata” da ieri dal resto della città da 2mila poliziotti -, intitolata “Ecce Homo”. Mostra colpevole di ospitare foto artistiche che ritraggono Gesù in abiti femminili e scarpe tacco 12, circondato da barbuti omosessuali. «Non mi aspettavo di essere costretto a intervenire di nuovo con un appello per impedire la scandalosa rassegna» e il Gay Pride, aveva chiesto Irinej a Dacic. Irinej che è stato prontamente accontentato.

Sono invece caduti nel vuoto i tentativi della società civile di intercedere a favore del Gay Pride. Amnesty International e ILGA-Europe, ong che si batte per la difesa dei diritti Lgbt, avevano emesso ieri un comunicato per chiedere «alle autorità serbe di sostenere la marcia dell’orgoglio» e «garantire il diritto alla libertà d’espressione e d’assemblea». Inutile anche la presa di posizione della commissaria Ue agli Interni, Cecilia Malmström: «Tutti gli occhi sono puntati sulla Serbia». Malmström che si era poi richiamata al «diritto di amare chi si ama, senza essere discriminati o subire intimidazioni e violenze». Un diritto che è stato ancora una volta negato, a Belgrado.

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