
Scene di guerra a Vukovar
BELGRADO Ne mancava solo uno per finire l’opera e per far cadere l’ultimo muro che, almeno sulla carta, separava ancora Belgrado dall’integrazione nell’Ue. Da ieri, la Serbia può finalmente dire che la missione è compiuta.
Goran Hadzic, incolto magazziniere trasformatosi durante la guerra in leader politico dei serbi della Slavonia e della Krajina, è stato arrestato nei pressi del paesino di Krusedol, a 60 chilometri da Belgrado. La sua latitanza, durata sette anni, è finita per sempre alle pendici della Fruska Gora, area collinosa celebre per le terme e per gli antichi monasteri, a un tiro di schioppo dalla sua casa di famiglia di Novi Sad. Dopo l’arresto di Mladic, il meno noto ma certo non meno sanguinario Hadzic era l’ultimo criminale di guerra serbo rimasto a piede libero.
«È stato arrestato mentre un suo aiutante gli consegnava il denaro che gli sarebbe servito per comprare un biglietto aereo per proseguire all’estero la sua fuga. Aveva con sé documenti falsi ed era armato, ma non ha opposto resistenza», ha spiegato Vladimir Vukcevic, il procuratore capo del Tribunale serbo per i crimini di guerra. «Ora possiamo completare il nostro lavoro e fare giustizia nel nome di migliaia di vittime», gli ha fatto eco Serge Brammertz, il suo omologo al Tribunale penale per l’ex Jugoslavia (Tpi). Tpi che già sabato potrebbe accogliere il «piccolo caporale di Milosevic», come l’ha ben definito il vecchio leader dell’opposizione serba, Vuk Draskovic. All’Aja, l’ex fuggitivo risponderà di 14 capi di imputazione che spaziano dai crimini di guerra alla tortura. E del massacro di Ovcara, presso Vukovar: oltre 250 croati e “non serbi” fatti uscire con la forza dall’ospedale cittadino dove si erano rifugiati e poi trucidati dalle milizie serbe.
La notizia dell’arresto è stata confermata da un raggiante Boris Tadic nella tarda mattinata: «Avevo promesso che avremmo portato a termine questo lavoro. Lo abbiamo fatto. Oggi la Serbia ha archiviato il capitolo più complesso della sua cooperazione con il Tpi». Su Belgrado, ha sottolineato il presidente serbo, «le pressioni dall’esterno non hanno avuto presa. Come con il Kosovo, noi non funzioniamo sotto pressione, ma abbiamo soddisfatto i nostri obblighi legali e morali con il Tpi, chiudendo una tragica pagina della nostra storia. Lo abbiamo fatto per i serbi, per le vittime delle altre nazioni e per la riconciliazione», ha aggiunto Tadic. Poco credibile che le sollecitazioni internazionali non abbiano influito sui recenti arresti, ma di certo per la Serbia si dovrebbero spalancare ora le porte dell’Ue, con la concessione dello status di Paese candidato entro dicembre, secondo gli auspici di Tadic. «Ma non sarà un processo facile», ha riconosciuto il leader serbo.
A Belgrado ora è però tempo di festeggiamenti, più che di preoccupazioni per il prossimo futuro. Festeggiamenti guastati parzialmente dalle polemiche sulla tempistica dell’arresto e dalla ridda di domande che difficilmente troveranno una risposta. «Dopo la cattura di Mladic, i media hanno insinuato che la Serbia lo avrebbe protetto. Prima che accada di nuovo la stessa cosa, voglio ribadire che ciò non corrisponde a verità e che l’arresto è il frutto del lavoro del team incaricato delle ricerche», ha puntualizzato Tadic, prima di negare con forza che Hadzic sia stato catturato durante uno spostamento tra due suoi possibili nascondigli: il monastero di Krusedol e una base militare. Belgrado non ha tuttavia potuto o voluto spiegare come sia stato possibile che anche Hadzic, come Mladic, abbia potuto trascorrere anni a un passo da casa senza essere localizzato. E come mai la Serbia sia riuscita in un paio di mesi a realizzare ciò che non le era riuscito in un decennio.
Anche la cattura di Bin Laden ha richiesto «quasi un decennio», ha obiettato Tadic ai giornalisti. «È più che un caso che l’arresto sia avvenuto a poca distanza da Belgrado, in un’area urbana. Non proprio un posto ideale per nascondersi», ribatte l’acuto analista Zoran Dragisic. Sia Mladic sia Hadzic «avevano documenti che qualcuno avrà rilasciato e nessuno, a parte lo Stato, può farlo. Tocca alla polizia e alle istituzioni scoprire chi li ha aiutati all’interno dello Stato. È un tema molto importante per il nostro futuro», aggiunge. Che forse non avrà sviluppi perché il governo, precisa l’analista, «non è forte abbastanza e siamo prossimi alle elezioni. I partiti di maggioranza non sono disposti a rischiare la propria posizione politica, sono deboli e non godono della fiducia della gente. Un’indagine potrebbe aprire molte questioni irrisolte. E non sono preparati ad affrontarle».









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