26. 04. 2009
Il Piccolo
Stefano Giantin

Serbia, FMI ultima speranza

Belgrado, Trg Republike (photo: Blaseur)

Belgrado, Trg Republike (photo: Blaseur)

BELGRADO Non sono bastate le prime Punto prodotte dagli stabilimenti Fiat in Serbia a ridare slancio all’economia nazionale. Dopo anni di rapida crescita, Belgrado è entrata ufficialmente in una pesante recessione che potrebbe mettere a rischio la stabilità del Paese.

 

I dati parlano chiaro. Il PIL serbo scenderà a un meno 2% nel 2009 dal 5,4% del 2008. Da gennaio, i nuovi disoccupati sono stati trentamila. I conti correnti di oltre 60.000 aziende locali sono bloccati per morosità verso lo stato e il dinaro si è svalutato del 20% da agosto. “Nel 2009 non ci sarà alcuna ripresa e anche il 2010 sarà un anno difficile”, prevede Alex Jaeger, direttore del Fondo Monetario Internazionale in Serbia.

“Il dato più preoccupante è però il crollo del 20% della produzione industriale”, afferma Pavle Petrovic, professore d’economia all’università di Belgrado. “Quella serba non è un’economia basata sull’export”, chiarisce Petrovic, “quel dato si spiega solo con il crollo della domanda interna e col blocco degli investimenti stranieri”. I serbi non hanno soldi da spendere e molte banche e investitori hanno chiuso i cordoni della borsa. “Dobbiamo solo sperare che gli investimenti stranieri continuino ad affluire”, conclude il professor Petrovic, “da questo dipende il nostro futuro”.

 

Un’ancora di salvezza

Il presente dipende invece dal Fondo Monetario Internazionale. Il 26 marzo, l’FMI ha garantito a Belgrado 3 miliardi di euro di prestiti in due anni. La Serbia potrà usare i soldi del Fondo per coprire il buco nel disavanzo pubblico e stabilizzare la moneta. “Chiedere denaro all’FMI è solo un modo per non affrontare i problemi strutturali del paese”, sostiene tuttavia l’economista Miodrag Zec. “Il governo serbo spera che siano gli stranieri a pagare per noi”.

Diana Dragutinovic, ministro delle Finanze, ha spiegato ai serbi che l’accordo con l’FMI prevede “misure dolorose”. Belgrado dovrà alzare le tasse, tagliare i salari nel pubblico impiego, congelare ogni nuova assunzione nel settore pubblico e forse abbassare le già magre pensioni.

Nelle grandi città, dove il costo della vita è paragonabile a quello del resto d’Europa, la preoccupazione è palpabile. “Faccio fatica a comprare da mangiare, se tagliano le pensioni sarà una tragedia”, ci dice una pensionata davanti al primo negozio di Belgrado che vende generi alimentari a prezzi “di solidarietà” ai nuovi poveri. E sono tanti i serbi che non vogliono accettare passivamente le drastiche misure dell’FMI. Alcuni sindacati minacciano di scendere in piazza e la popolarità del premier Mirko Cvetkovic è in calo.

 

Segnali d’ottimismo

Una ventata d’ottimismo arriva però dalle banche. L’intesa Serbia-FMI prevede che gli istituti di credito stranieri continuino a finanziare imprese e privati. “L’accordo con l’FMI è stato studiato assieme alle banche”, spiega Giancarlo Miranda, vice presidente di Intesa SanPaolo in Serbia, dove la banca ha 230 sportelli. “Le banche straniere”, sostiene Miranda, “continueranno a sostenere un’economia che ha mostrato ottimi fondamentali di crescita”.

Il gruppo bancario ritiene che i nuovi interventi possano contrastare la svalutazione del dinaro, un pericolo per le banche straniere che operano fuori dell’Eurozona. In Serbia, molti privati hanno acceso mutui in euro e franchi svizzeri, ma li devono rimborsare con il loro stipendio, pagato in dinari. Se la moneta locale si svaluta, come è accaduto in Romania, Ungheria e Ucraina, aumenta il rischio che la gente non abbia abbastanza soldi per pagare le rate mensili. “I soldi  dell’FMI aiuteranno a stabilizzare la moneta”, controbatte Miranda, “il cambio e’ rimasto fermo nell’ultimo mese e l’accordo con il FMI assicura molte più risorse per un’eventuale difesa del dinaro”.

 

Le imprese italiane in Serbia

L’Italia, secondo partner commerciale della Serbia, è una delle possibili ancore di salvezza dell’economia balcanica. Gli investimenti italiani continuano ad affluire e dare ossigeno al sistema produttivo serbo. La Fiat ha iniziato a marzo a produrre la Punto negli stabilimenti dell’ex Zastava a Kragujevac, la Torino serba.

Sono tante anche le piccole e medie imprese italiane che da anni lavorano in Serbia. “Le vendite sono scese del 15% da gennaio”, racconta Diego Bellet, titolare della Fibest Srl. L’azienda ha 50 negozi d’abbigliamento made in Italy in Serbia e oltre 300 dipendenti locali. “Sono tuttavia ottimista per il futuro”, afferma Bellet, “il costo del lavoro è basso, la manodopera specializzata e  la Serbia ha un mercato potenziale enorme che arriva fino in Russia”. 

Roberto Lovato è il presidente della friulana Italsvenska, specializzata nella produzione di mobili e nella lavorazione del legno. “Abbiamo due aziende in Serbia e non possiamo lamentarci. Una di queste ha prodotto utili per la prima volta proprio nel 2009”. “Problemi ce ne sono”, sottolinea Lovato, “le autorità locali e i controlli doganali spesso arbitrari non ci aiutano. Gli italiani sono visti come dei polli da spennare”. “Il potenziale economico e di risorse umane della Serbia è comunque enorme”, continua Lovato, “anche se c’è una grande differenza tra le generazioni cresciute durante il socialismo e i giovani, molto più motivati”.

 

Nuova emigrazione?

Il timore maggiore è che saranno i giovani serbi a pagare il prezzo maggiore di questa crisi.  “La Serbia ha un problema demografico”, spiega l’economista Miodrag Zec, “abbiamo troppi pensionati e poca gente che lavora, una mortalità alta e natalità zero”. La crisi farà salire il numero dei disoccupati, soprattutto fra i giovani e lo stato avrà problemi a finanziarsi senza aiuti dall’estero. “Le persone più anziane hanno vissuto periodi ben peggiori, guerre e crisi, in qualche modo resisteranno”, continua Zec, “ma i giovani, se potranno farlo, emigreranno”. Una vecchia soluzione per una crisi di cui ancora non s’intravede la fine.

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