BELGRADO Bocciate le misure anti-crisi del governo e le politiche per la riduzione della spesa pubblica. E la Serbia rischia di essere abbandonata a se stessa dal Fondo monetario internazionale. È sferzante il giudizio del governatore della Banca nazionale serba, Radovan Jelasic, sull’azione del governo Cvetkovic nei mesi della crisi economica. «L’Fmi analizzerà cosa è successo con le misure che abbiamo adottato e che non siamo riusciti a mettere in pratica», ha dichiarato Jelasic in un’intervista al settimanale serbo “Nin”, parlando poi di una «lunga lista» di tagli al budget statale che non hanno sortito gli effetti sperati. Per Jelasic, il rischio è che il Fondo monetario internazionale si rifiuti di erogare la seconda tranche del prestito promesso alla Serbia per la fine di agosto. La conditio sine qua non era il rispetto del rapporto deficit/Pil al 3% e molto difficilmente la Serbia riuscirà a raggiungere l’obiettivo.
Scioperi e proteste
Le parole di Jelasic arrivano in un momento di profonda crisi del sistema produttivo serbo. Il Pil di Belgrado si ridurrà di almeno un 5% nel 2009, invece del 2% previsto a marzo, un calo di oltre il 10% rispetto al 2008. La produzione industriale è scesa del 21% a maggio e del 19% a giugno. Sempre a maggio, le esportazioni sono crollate del 23,7% e le importazioni del 37,7%. Il commercio al dettaglio – indicatore sensibile dello stato di salute di un Paese – ha registrato un -4% ad aprile. Un dato negativo, ma migliore del -16% di febbraio. Da gennaio, oltre 30.000 nuovi disoccupati si sono aggiunti agli 800.000 senza lavoro. Solo nel settore edile, 10.000 posti di lavoro sono a rischio.
La disoccupazione preoccupa il governo. Gli scioperi si susseguono e sono diventati un problema di ordine pubblico. A Nis, 250.000 abitanti nel sud della Serbia e un’antica tradizione industriale nei settori tessile, alimentare e del tabacco, la polizia è più volte dovuta intervenire con la mano pesante. Cinque operai dell’industria tessile “Nitex” sono stati arrestati il 27 luglio dopo l’assalto alla sede di un sindacato, colpevole di aver negoziato con l’azienda un accordo sugli stipendi arretrati considerato inadeguato dalle tute blu. Subito dopo è stata la volta degli operai edili della “Gradevinar” che hanno bloccato il traffico cittadino per 48 ore.
Il governo cerca però di reagire. Ha creato una task force anti-scioperi per prevenire – o soffocare – nuove proteste. Ha ottenuto l’approvazione di una linea di credito italiana di 30 milioni di euro per le imprese serbe che acquistano tecnologia “made in Italy”, incassato 100 milioni di euro di aiuti UE e progettato un fondo di solidarietà per i lavoratori a rischio. I soldi per il fondo arriveranno forse da un aumento delle tasse e dell’IVA, per ora smentito dal premier Cvetkovic, già al lavoro per prepararsi ai difficilissimi negoziati di Washington per la seconda tranche del prestito dell’Fmi.
Crisi di governo?
Mentre Cvetkovic spera nell’aiuto dell’Fmi, i suoi alleati di governo sono ai ferri corti. Il motivo della bagarre è la futura legge sull’informazione. La nuova norma ha provocato le ire della stampa e incassato il no dei socialisti, l’ex partito di Milosevic ora al potere. Due gli emendamenti più controversi. Il primo stabilisce un aumento del capitale necessario per fondare un nuovo organo di stampa. Il secondo innalza le sanzioni pecuniarie contro i giornalisti condannati per diffamazione. Dragana Nikolic Solomon, alto funzionario dell’OSCE a Belgrado, ha definito il provvedimento una «forma di censura».
La coalizione che sostiene Cvetkovic è divisa sul da farsi. Il piccolo partito riformista G17+, alleato dei democratici, pretende l’approvazione immediata della legge altrimenti toglierà la fiducia all’esecutivo. I socialisti hanno invece annunciato la loro astensione, alimentando le speranze dei nazionalisti in uno sfaldamento del governo. «Basta con i ricatti dei piccoli partiti, se il governo cadrà questi partner minori dovranno interrogarsi sul proprio suicidio politico», ha risposto il democratico Dragoljub Micunovic. «La soluzione migliore sono le elezioni anticipate», ha chiosato Marko Duric, esponente del Partito progressista serbo che, secondo i sondaggi, sarebbe oggi il primo partito con il 35% dei voti.
L’opposizione ha più volte definito la legge sui media una norma “salva Dinkic”, ministro dell’Economia in quota G17+, oggetto di pesanti attacchi mediatici nei mesi scorsi e per molti responsabile della mancata ripresa economica. Solo il 13% dei serbi giudica efficaci le sue misure anticrisi. Ogni decisione sulla legge è stata comunque rimandata al 31 agosto quando si riunirà di nuovo il Parlamento. Così ha deciso il presidente Tadic, sperando che le ferie portino consiglio ai partiti della coalizione.










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