
Altro che piccola “tregua di Natale” tra serbi e albanesi. In Kosovo, anche le celebrazioni religiose sono causa di tensione. Perfino quella che sulla carta doveva essere solo una visita a titolo personale, si è trasformata infatti in una pericolosa sorgente di nervosismo tra Belgrado e Pristina. Il “vulnus” è nato in occasione del tradizionale viaggio del presidente serbo Boris Tadic tra le montagne del Kosovo per il Natale ortodosso. Come ogni anno, il 7 gennaio il leader serbo si è unito in preghiera ai monaci dell’antico monastero di Visoki Decani, perla dell’architettura romanico-bizantina, protetta per dieci anni dalla Nato per evitarne la distruzione per mano degli ultranazionalisti albanesi.
Ma la visita di quest’anno è iniziata sotto cattivi auspici e si è conclusa in maniera ancora peggiore. Prima la sassaiola contro il corteo presidenziale di Tadic con le auto bersagliate per mano di 200 radicali. Gli stessi manifestanti hanno poi impedito il ritorno a casa ai credenti serbi che erano riusciti a raggiungere Decani per assistere alle funzioni religiose. Infine, un blocco stradale contro gli ambasciatori di Russia e Bielorussia, che avevano intenzione di seguire la messa. «Oggi è Natale e l’unico messaggio che posso mandare è di pace per tutti», aveva risposto Tadic a chi gli chiedeva un commento sugli incidenti. E tutto sembrava risolto. Peccato che poi il politico di Belgrado abbia dimenticato i buoni propositi, rispondendo alla consueta domanda sul futuro del Kosovo. La Serbia riconoscerà mai Pristina? Risposta: «È breve e chiara: mai». Il presidente serbo ha ribadito che la Serbia non intende rinunciare alle strutture parallele – poste, scuole, ospedali – che finanzia nel Nord del Kosovo e nelle enclavi serbe. Non l’avesse mai detto. Ieri il vicepremier e ministro della Giustizia kosovaro, Hajredin Kuci, ha reagito duramente. Il governo di Pristina «non consentirà più l’ingresso in Kosovo al presidente serbo Boris Tadic», ha dichiarato Kuci. Kuci che nei giorni antecedenti la visita aveva rassicurato i propri connazionali che la presenza del più autorevole esponente politico serbo non avrebbe avuto «connotazioni politiche». Ma Tadic «non ha onorato gli impegni», ha stigmatizzato con veemenza Kuci.
La replica serba è stata affidata a Milivoje Mihajlovic, il portavoce del governo di Belgrado: «Un’altra pietra è stata lanciata», una metaforica dopo quelle reali di Natale, accuse inventate solo per coprire «gli incidenti avvenuti a Decani. Cercare giustificazioni all’estremismo non contribuisce a sedare gli animi». Animi già esacerbati dopo i mesi di tensione nel Nord del Kosovo e a poche settimane dal referendum indetto dai serbi “ribelli” di Mitrovica contro le autorità di Pristina. Una decisione che, secondo il governo serbo, rischia di portare a un nuovo rinvio della concessione alla Serbia dello status di Paese candidato all’ingresso nell’Ue.









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