
Novi Beograd vista dall'alto
BELGRADO Sempre di meno, sempre più vecchi, eccessivamente inurbati perché le campagne non offrono opportunità e speranze di un più roseo futuro. Altro che “Grande Serbia”. I primi dati, ancora non ufficiali, sul censimento del Paese balcanico disegnano invece i contorni di una nazione più piccola e modesta, anche dal punto di vista numerico.
I numeri più preoccupanti riguardano il calo della popolazione: in meno di 7,4 milioni hanno riconsegnato le schede, ma secondo vari demografi la cifra finale della popolazione potrebbe scendere a 7,2. Circa 300mila serbi mancano all’appello rispetto a 10 anni fa. La diminuzione si deve «al tasso di fertilità negativo. Tra il 2002 e questo censimento abbiamo perso 262mila abitanti», ha spiegato alla stampa Snezana Lakcevic, una delle responsabili dell’Istat serbo, lo Rzs. Se il trend non dovesse cambiare, nel 2060 il Paese potrebbe contare solo 6 milioni di cittadini. Difficile però che le cose migliorino: la crisi economica non è una medicina contro la “bela kuga”, la “peste bianca” della denatalità. «Non è una novità che siamo una nazione vecchia e in crescita negativa da anni», ha aggiunto Lakcevic. In passato questo fattore era stato “nascosto” «dall’afflusso di sfollati e rifugiati durante gli anni ’90, circa 650mila in una prima fase, poi ridottisi a 300mila dopo i rimpatri o l’emigrazione verso altri Paesi, mentre altrettanti si sono integrati qui», puntualizza il demografo Vladimir Nikitovic.
I dati raccolti dall’Rzs evidenziano anche un fenomeno non certo sorprendente per i belgradesi: la capitale serba è diventata il primo polo d’inurbamento. Malgrado la penuria di alloggi e il costo della vita paragonabile a quello delle più ricche città europee, Belgrado è arrivata a toccare gli 1,7 milioni di abitanti. Diecimila ogni anno si trasferiscono tra Danubio e Sava in cerca di fortuna. «C’è un trend costante di città che s’ingrandiscono. Non solo Belgrado, ma anche Novi Sad, Sabac, Smederevo. La gente delle aree rurali non approda direttamente nelle grandi città, ma prima si sposta in cittadine un po’ più popolate usate come “hub”. È un fenomeno comune all’America Latina e all’Asia e che solo di recente si è concluso in Occidente. Ed è un serio problema per le grandi città perché la sostenibilità del fenomeno dipende dalla crescita economica e dal livello istituzionale e delle infrastrutture», chiarisce il sociologo Slobodan Cvejic.
Le città di minor richiamo sono invece Cacak (-10mila dal 2002) e Leskovac (-8mila), non a caso localizzate in aree economicamente depresse. L’esodo verso Belgrado da centri come Novi Sad, Subotica, Sabac e Indija si è invece arrestato, forse perché sono «città dove l’economia è migliorata e sono diventate attraenti per i cittadini. Il problema è che difficilmente potranno sostenere a lungo tanti individui e ciò aumenterà le diseguaglianze», aggiunge Cvejic. Tanti sono ancora i serbi che decidono invece di emigrare. «Uno studio che ho elaborato calcola in 800mila i serbi che vivono e lavorano all’estero e in circa 5-6mila all’anno coloro che ogni anno se ne vanno», tra cui tanti giovani, aggiunge Nikitovic.
Sono numeri che confortano le tesi di chi indica in 7,2 milioni il risultato finale del rilevamento. «Le mie stime si fermano a circa 7-7,1 milioni. La diminuzione è maggiore di quella indicata, parliamo di 5-600mila persone in meno», illustra Goran Penev, demografo dell’Istituto delle Scienze sociali di Belgrado. Le cause? «Il rapporto tra nascite e decessi è negativo dal ’92, come anche quello tra emigrati e immigrati dal 2002 a oggi a causa del mancato sviluppo economico. Ma bisognerà aspettare i risultati definitivi per le conferme», aggiunge. Risultati che arriveranno forse in ritardo, dato che la chiusura del censimento è stata prorogata in alcune città fino al 20 ottobre, a causa dei ritardatari che non hanno riconsegnato i moduli. Ma difficilmente saranno numerosi al punto da modificare i tristi numeri del censimento serbo.









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