22. 06. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Mosca: «Serbia al tracollo il Paese può esplodere»

BELGRADO La Russia lancia l’allarme Serbia. Per colpa della crisi, Belgrado sarebbe ormai in balia di una «condizione interna grave e complessa», tale da giustificare un più 20% sugli stipendi dei diplomatici russi di stanza nel Paese balcanico a causa dell’aumentato rischio di lavorare a Belgrado. Per Mosca, si legge nella direttiva che ritocca le paghe delle feluche, la Serbia deve fronteggiare «un’esplosiva situazione socio-politica». Cause: «un potere centrale inefficiente, economia obsoleta, dipendenza energetica, bassi standard di vita e incremento della criminalità». Stessi termini usati per Paesi come Georgia, Abkhazia, Iran, Corea del Nord, Libano, Algeria e Ciad.

Ma sta così male la Serbia? «La situazione sociale e politica è certamente lontana dall’essere stabile, non è ancora deflagrante, ma lo può diventare nei prossimi anni. E, ironia della sorte, gli interessi russi nei Balcani avranno molto a che fare con i futuri sviluppi nel Paese», sottolinea l’analista politico Milan Marinkovic. Come spiegare l’entrata a gamba tesa di Mosca? «Anche se la Russia vi ha partecipato, la recente conferenza strategica Nato a Belgrado potrebbe essere una delle ragioni, non l’unica. La Serbia, con la Republika Srpska, è rimasta l’ultima oasi in cui si esprime l’influenza russa nella regione. Mosca vuole logicamente preservare il suo ascendente in questa parte d’Europa e perciò è preoccupata da ogni segnale che Belgrado possa a un certo punto diventare membro della Nato», risponde l’analista.

Ma potrebbe essere anche la crisi e la diffusione del disagio sociale ad aver fatto alzare le antenne ai russi. «La Serbia non dovrebbe essere nella lista dei Paesi ad alto rischio. Per l’Fmi, nel 2012 Belgrado uscirà completamente dalla recessione e il governo sta attuando misure per far ripartire l’economia, per favorire lo sviluppo delle imprese e per l’uguaglianza di genere», spiega la professoressa d’economia Mirjana Radovic, prima cattedratica serba membro dell’Accademia mondiale delle Arti e delle Scienze di Pittsburgh. Il 2012 è però ancora lontano. Il Paese oggi «ha tre grandi problemi: disoccupazione, bassi standard di vita e corruzione», aggiunge l’economista.

Tutte difficoltà che hanno convinto Mosca a inserire Belgrado nella lista nera. «Gli ultimi dati ufficiali segnalano che 730mila serbi sono disoccupati, ma altri esperti parlano di un milione. Sono numeri che preoccupano in un Paese di 7 milioni. Nel 2011 i senza lavoro aumenteranno con l’avanzamento delle privatizzazioni», spiega Radovic. «Oltre alla crisi, un gran numero di posti di lavoro si è perso a causa dei cambiamenti strutturali e delle privatizzazioni. Il numero di disoccupati poco qualificati è alto, ma anche fra i laureati i dati stanno lievitando significativamente», illustra la studiosa.

Tanti andranno ad accrescere un esercito di disoccupati, sempre più disilluso e arrabbiato. «Gli anziani, le donne nelle aree rurali e le ragazze madri, le casalinghe, i rifugiati sono quelli più a rischio. Il numero dei poveri è aumentato nel 2009 di 107.000 unità, raggiungendo i 700mila. Nel 2008, il 13,2% della popolazione viveva sotto la soglia di povertà. Oggi il 20% della popolazione lavora nell’economia grigia, senza protezioni sociali. Ventimila donne over-50 sono senza lavoro e non riescono a trovarlo. Ci vorrebbe un +6% di Pil per avere un calo della disoccupazione, ma nel 2011 l’aumento sarà solo del 4%», prevede Radovic.

Tutti dati che confermano una preoccupante flessione degli standard di vita. Non sorprende dunque sentire di migliaia di serbi finiti in galera perché incapaci di saldare i debiti, poche centinaia di euro per infrazioni stradali mai pagate. Sono stati 8.500 i belgradesi che, in 12 mesi, hanno optato per la prigione perché inabili a pagare una cifra media di 30 euro in contravvenzioni. Forse Mosca non ha proprio torto a parlare di condizioni sociopolitiche complesse.

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