12. 10. 2013
Il Piccolo
Stefano Giantin

La strage impunita dei giovani kosovari

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Nessun delitto dovrebbe rimanere impunito. E se la magistratura non riesce a fare pienamente il proprio dovere, allora sia la società civile ad attivarsi per portare i colpevoli davanti a un tribunale.

Accade in Serbia, dove l’autorevole Fondo per il diritto umanitario (Fhp), storica Ong fondata dall’attivista e instancabile oppositrice del regime di Milosevic, Natasa Kandic, ha fatto ieri nomi e cognomi. Nomi e cognomi di ufficiali sospettati di essere coinvolti in alcuni dei più efferati e dimenticati crimini di guerra compiuti nel 1999 dall’esercito e dalla polizia di “Slobo” in Kosovo contro civili albanesi. Nomi contenuti in un dossier del Fondo, presentato ieri a Belgrado. Protagonista negativa del rapporto-denuncia, la 125esima brigata motorizzata dell’esercito di Belgrado, operativa nel Kosovo occidentale, un’area in cui furono uccisi in quei due terribili anni «1.813 kosovari albanesi», un quarto di tutte le vittime albanesi registrate tra marzo e giugno ‘99, ha specificato Milica Kostic, responsabile del dossier. Vittime di una routine dell’orrore ben standardizzata, che non risparmiava «donne incinte, bambini, anziani», ha aggiunto Sandra Orlovic, attuale direttrice esecutiva del Fondo, ma che aveva come obiettivo principale quello di sterminare il maggior numero possibile di maschi albanesi. Funzionava così. Le forze militari e di polizia serbe entravano nei villaggi, incendiavano le case, separavano donne, bambini e anziani dagli uomini, spedendoli verso i confini dopo aver loro sequestrato i documenti per «assicurarsi che non potessero mai più ritornare», ha illustrato il giornalista Nemanja Stjepanovic.

Il caso più orribile fra i dieci svelati nel dossier, il massacro di Kraljane, non lontano da Gjakova/Djakovica, avvenuto nell’aprile del 1999. Lì, in un paesino strapieno di migliaia di sfollati terrorizzati, furono uccisi 78 civili maschi, una decina minorenni. Kraljane, modello di pulizia etnica, dove in tre giorni i militari e i poliziotti serbi prima costrinsero alla fuga donne e bambini, poi catturarono gli uomini, li lasciarono «senza acqua e cibo in un campo» per una notte, chiesero loro infine denaro per essere liberati. «Potete andarvene in Albania, dato che amate così tanto l’America e non noi», ironizzarono i comandati serbi, si legge in un documento del Fondo. I prigionieri albanesi più vecchi furono effettivamente trasportati via «su camion militari». E si disse loro che i più giovani li avrebbero seguiti dopo aver «scavato delle trincee». Ma il loro destino fu ben diverso, come capirono tutti dai colpi di arma automatica che risuonarono nell’area, «per lunghi minuti». Per quel crimine orribile – per cui nessuno è mai stato indagato e processato – il Fondo ha denunciato giovedì alla procura nazionale per i crimini di guerra di Belgrado «sei ufficiali» dell’esercito e della polizia serba, tra cui l’ex comandante di un reparto delle forze speciali, Zarko Brakovic e con lui Dragan Zivanovic, al tempo comandante della famigerata 125esima brigata, presunti responsabili del massacro dei civili e del successivo occultamento dei loro cadaveri. Una ventina di salme furono scoperte solo nel 2001 in una fossa comune vicino al lago di Perucac, in Serbia, altre otto in Kosovo. Di 53 ancora non si conosce il luogo di sepoltura. È chiaro, ha concluso Orlovic, che grazie al dossier del Fondo si è riportato alla luce e all’attenzione dei media «uno dei più gravi crimini di guerra» registrati in Kosovo, «non solo per il numero dei morti, ma anche per quello dei desaparecidos». Ora la palla passa alla giustizia di Belgrado, nella speranza che ci sia il coraggio di indagare su Kraljane e su altre simili stragi, consentendo alla Serbia di fare i conti con il proprio passato.

Maxirisarcimento per l’elicottero abbattuto Belgrado fa orecchie da mercante
Risarcimento milionario? Non ne sapevo niente. Non abbiamo ancora ricevuto alcuna richiesta da Roma – forse a causa della lentezza della giustizia italiana, va detto. Due dichiarazioni, la prima dell’ex pilota militare Emir Sisic, la seconda del ministero della Difesa di Belgrado, hanno ieri riportato alta l’attenzione in Serbia sul caso della strage di Podrute, l’abbattimento di un elicottero di osservatori europei in Croazia nel ‘92. E sulla sentenza decisa a maggio dalla Corte d’Assise d’appello di Roma, che ha condannato per l’eccidio alcuni ex alti ufficiali jugoslavi, i superiori di Sisic, esecutore materiale, imponendo alla Serbia il pagamento di un risarcimento di 950mila euro ai parenti delle vittime, 4 militari italiani, un francese. Ma visti i toni del ministero, non è ora prevedibile l’evoluzione della vicenda, mentre a Belgrado i commenti sui giornali online sono univoci. Sisic «ha obbedito agli ordini» di un regime che non c’è più, la Serbia «non paghi».

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