BELGRADO Una pericolosa adunata di estremisti ungheresi in terra serba. Oppure un’innocua riunione di nostalgici della “Grande Ungheria”, a metà tra la sagra paesana e una Woodstock di destra, in miniatura. Di certo, il sesto “Campo estivo della gioventù ungherese unita del Delvidek” – termine ungherese che definiva la Vojvodina prima del 1920 – ha scatenato aspre polemiche a Belgrado. Organizzato dal movimento “Gioventù ungherese unita” a Kanjiza, 10mila abitanti di cui l’86 per cento appartenenti alla minoranza magiara, il raduno prevedeva, dall’8 al 10 luglio, discussioni sul destino delle minoranze magiare fuori dall’Ungheria, attività per bambini e assaggi di vini dei Carpazi.
Ma, nel paesino serbo a un tiro di schioppo dal confine con l’Ungheria, è arrivato anche un esponente di Jobbik, il partito di estrema destra di Budapest e ci sono state dimostrazioni militari e concerti di band politicamente affini. Proprio per queste scomode presenze, un gruppo antifascista serbo, l’Azione antifascista di Novi Sad (Afans), aveva chiesto senza successo alle autorità di vietare la manifestazione, definendola il «festival dei fascisti ungheresi». «Ospiteremo circa 5mila partecipanti», spiega Robert Olah, uno degli organizzatori del festival. «Questo meeting può essere definito nazionalistico, alcuni gruppi musicali sono composti da patrioti ungheresi, ma non hanno nulla in comune con l’ideologia fascista o nazista», prosegue Olah.
Simili festival hanno luogo da anni anche in altre regioni, considerate “irredente” dai nazionalisti di Budapest, come la Transilvania ungherese. «Se organizzassero questi incontri nei boschi dell’Ungheria, sarebbe accettabile. Ma è intollerabile che lo facciano in Paesi confinanti, per disturbare e causare conflitti», attacca Dasko Milinovic, membro di Afans. «Per noi, l’iconografia che usano, gli attacchi ai rom, l’antisemitismo e i richiami alla Grande Ungheria sono chiari segni di fascismo. In più, i gruppi musicali e le associazioni che vi partecipano si caratterizzano per i forti richiami al nazismo», aggiunge Milinovic. Tutte accuse che i promotori respingono sdegnati. «Questo territorio, la cosiddetta Vojvodina, era parte della monarchia ungherese prima del trattato del Trianon. Ci sono ancora molti ungheresi che vivono nella regione. Noi ci battiamo solo per un’autonomia, come quella del Sudtirolo. Ora qui è territorio serbo, ma non sempre è stato così», argomenta Olah.
Se fosse solo questo il fine, perché allora invitare gruppi come i “Romantic Violence” – all’attivo, canzoni anti-rom – e gli “Stratégia”, dagli inquietanti video che esaltano i caduti ungheresi, a fianco dei nazisti, sul fronte russo. «Niente a che vedere col nazismo, sono nazionalisti che fanno musica folk», obietta Olah. «Non sono band patriottiche, ma dei protetti di Blood & Honour, il network neonazista internazionale. Inoltre, ogni anno il festival assume una marcata forma paramilitare. Anche se non apertamente fascisti, cercano di infettare la gente comune con la loro ideologia, sfruttando le tradizioni e il folklore. Abbiamo visto usare lo stesso metodo qui, con i serbi e i croati. Prima si parla di “nazione vittima” e poi arriva una guerra senza senso», ribatte Milinovic. Timori che però non hanno contagiato il governo serbo, che non ha vietato il raduno.


Comments