
BELGRADO Isolamento, ovunque militari Nato super armati, viveri che mancano e senso di accerchiamento. Sebbene da giorni non si registrino nuovi atti di violenza, il nord del Kosovo rimane una polveriera pronta a esplodere.
Sono soprattutto le ultime mosse della Nato a generare inquietudine. Da domenica notte i due valichi con la Serbia sono stati riaperti. Transitano però solo pochissimi veicoli privati, dopo il vaglio dei soldati della Kfor. Tra questi non ha superato l’esame quello che trasportava Borko Stefanovic, il capo del team serbo ai negoziati con Pristina, e il ministro per il Kosovo, Goran Bogdanovic. «Senza l’ok delle autorità di Pristina, non si passa», ha spiegato un militare della Kfor ai due. Strano ordine, perché Kfor dovrebbe agire da cuscinetto tra i due contendenti invece che sottostare alle richieste di una sola parte. Ancor più grave, non si è tenuto il meeting in programma ieri tra Kfor, Bogdanovic e Stefanovic, proprio perché questi sono poi arrivati in Kosovo – «illegalmente» secondo la Nato -, attraverso strade secondarie, le stesse percorse dai serbi per rifornire di viveri il nord.
Viveri, medicine e carburante che ancora stentano ad arrivare a Mitrovica: «La benzina, ma soprattutto il cibo scarseggiano», conferma Aleksandar, un ragazzo che da giorni bivacca presso una delle barricate anti-Nato. Nato che ieri, dopo 3 giorni, ha concesso un parziale rifornimento di latte e pane agli abitanti del nord, sempre più arrabbiati. «Chi era in vacanza è stato richiamato per presidiare le barricate», racconta una professoressa del liceo serbo di Mitrovica.
Cosa succederà ora? «La Serbia non vuole un’altra guerra per il Kosovo», ha chiarito domenica il presidente Boris Tadic durante una sessione straordinaria del Parlamento, nel corso della quale è passata una risoluzione che auspica una soluzione pacifica della crisi e condanna le iniziative unilaterali di Pristina. «Gli eventi recenti hanno dimostrato che l’uso della forza e la politica della violenza iniziata da Pristina, su decisione dell’ex signore della guerra Thaci, non portano ad alcun risultato. Penso sia stato anche un test per la comunità internazionale: abbiamo visto chi ha benedetto la mossa e chi no. Eulex ha dimostrato di essere più orientata verso Pristina, solamente nuovi negoziati sotto l’egida del Consiglio di Sicurezza Onu possono condurre a un accordo», conferma Stefan Dragojevic, consigliere di politica estera del Partito democratico di Serbia, centrodestra, oggi all’opposizione.
Forse la Serbia dovrebbe agire con maggior determinazione per tutelare la sua minoranza in Kosovo? Belgrado, suggerisce Dragojevic, «dovrebbe dotarsi di una politica più agile verso il Kosovo, rivolgendosi appunto al Consiglio di Sicurezza, mobilitando anche tutte le sue risorse diplomatiche all’Osce e al Consiglio d’Europa, e ovviamente consolidando la Risoluzione Onu 1244». La speranza tuttavia è che la stagione della diplomazia non abbia ceduto completamente il campo a quella delle armi.

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