15. 12. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Il generale di Tito aggredito a Belgrado

Jovo Kapicic subito dopo l'aggressione

Chissà se durante la guerra partigiana o più tardi – durante gli anni d’oro del regime di Tito – il generale avrebbe mai immaginato di finire un giorno a terra, da vecchio, malmenato e calpestato da sconosciuti, nella capitale del Paese che aveva contribuito a costruire e che da un paio di decenni non esiste più. Difficile pensare che la sola eventualità abbia mai attraversato la sua mente, prima del pomeriggio del 12 dicembre. Belgrado, ore 13.30. Il generale in pensione Jovo Kapicic, 93 anni, passeggia lungo una strada centrale della capitale serba. «Era sulla via di casa, quando è stato colpito selvaggiamente alle spalle. Gli hanno rotto il naso ed è stato ferito a un occhio. È caduto e gli aggressori gli hanno chiesto quando pensasse di morire», ha raccontato il figlio del generale, l’ex campione della pallacanestro jugoslava, Dragan Kapicic. Il motivo dell’aggressione è ancora ignoto. «Riceveva spesso minacce, anche attraverso la stampa, per sue presunte colpe», ha glissato il figlio del generale parlando con la stampa locale. Ma chi è la vittima? Kapicic è uno degli ultimi “eroi nazionali” della Jugoslavia socialista ancora in vita, una delle più alte onorificenze del Paese. Fu uno dei più coraggiosi combattenti nelle file dei partigiani di Tito, poi generale dell’Udba – la polizia segreta jugoslava – responsabile, tra le altre azioni, dell’eliminazione di decine di oppositori politici. Kapicic fu anche messo alla testa del terribile campo di concentramento-prigione di Goli Otok, e mai si è dimostrato pentito di aver supervisionato uno degli strumenti più crudeli contro i dissidenti, accusati di essere «una quinta colonna» del nemico. Ma la “macchia” più grave sul curriculum di Kapicic è ben altra. Coordinò infatti l’operazione di arresto di Draza Mihailovic, il leader cetnico sottoposto a un processo-farsa a Belgrado subito dopo la guerra e poi eliminato dal regime titino. Ai tempi della Jugoslavia, Mihailovic era considerato un traditore collaborazionista. Oggi, in Serbia, è tornato a essere un eroe e un modello per molti, per alcuni perfino il simbolo della “nuova” Serbia e qualche suo giovane ammiratore, si mormora a Belgrado, forse ha voluto prendersi una tardiva vendetta contro il novantenne generale. Ma c’è anche un’altra ipotesi da considerare dietro l’assalto all’anziano ex militare. Il suo sostegno, pubblico, al partito liberaldemocratico serbo di Cedomir Jovanovic. L’unico che apertamente, da anni, afferma che Belgrado deve riconoscere l’indipendenza del Kosovo. «Non sono membro dell’Ldp, ma sostengo le loro idee e loro ricambiano appoggiandomi per il mio impegno antifascista», ha chiosato Kapicic. Intanto, la società civile, in massa, ha reagito condannando la violenza. E la polizia indaga.

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