29. 06. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Governo serbo, Dacic premier in pectore

BELGRADO La Serbia è a un passo dall’avere un governo, a oltre 50 giorni dalle elezioni. Il presidente serbo Tomislav Nikolic ha affidato ieri l’incarico di formarlo al leader socialista, Ivica Dacic. Sono dunque miseramente falliti i tentativi di plasmare una maggioranza assieme ai socialisti, compiuti per settimane da Boris Tadic, leader dei Democratici (Ds), presidente della Repubblica uscente, europeista e grande sconfitto della tornata elettorale di maggio. E si aprono invece le porte a un governo inedito, guidato da Dacic, che sarà alla testa di un’insolita coalizione con i progressisti (Sns) del presidente in carica, Tomislav Nikolic e i socialisti (Sps). A cui si aggiunge, un po’ a sorpresa, il movimento “Regioni Unite di Serbia” (Urs) di Mladjan Dinkic, ex ministro dell’Economia nel precedente governo Cvetkovic, cacciato anticipatamente per «scarsi risultati».

Fino a una settimana fa, la riproposizione di un governo pro-Europa presieduto da Tadic sembrava cosa fatta. Poi sono arrivati i dissapori sempre più evidenti tra i Ds e l’Sps e le dichiarazioni, ora esplicite ora velate, dei leader politici di tutti gli schieramenti, che facevano intuire che l’aria stava cambiando. Ieri la conferma del mutamento di rotta, suggellata dall’incontro tra Dacic e il presidente ex ultranazionalista Nikolic, col conferimento ufficiale dell’incarico al numero uno socialista. Assieme all’Sps, «il partito progressista e quello delle Regioni Unite di Serbia comporranno la maggioranza, probabilmente con il concorso dei membri di qualche partito delle minoranze» etniche, ha annunciato Nikolic. Una maggioranza che sosterrà un esecutivo che dovrà essere «numericamente contenuto, efficace e responsabile», ha auspicato il presidente Nikolic. Che ha poi sottolineato che il nuovo governo dovrà far «rimanere saldamente la Serbia sulla strada verso l’Ue».

Dacic, accreditato a mantenere anche la poltrona di ministro dell’Interno, si gode intanto il momento più alto e luminoso della sua lunga carriera politica. Da portavoce dell’Sps di Milosevic, di cui fu uomo fidato, ad alleato dell’europeista Tadic, il leader socialista in due decenni è riuscito a scalare la piramide del potere politico di Belgrado, portando i socialisti a raddoppiare il proprio consenso alle elezioni del 6 maggio.

Un risultato che ha gli ha permesso di conquistare la vetta della politica nazionale e di aspirare al ruolo di primo ministro. «L’esecutivo sarà formato molto velocemente», ha affermato Dacic dopo il vertice con Nikolic. Un Dacic logicamente soddisfatto e sorridente, che ha poi illustrato cosa dovranno aspettarsi i serbi nei prossimi anni: «Una Serbia forte, che difenda i propri interessi, che continui sulla strada dell’integrazione europea e nella lotta alla corruzione e al crimine organizzato». «Non prenderò decisioni che comportino un’ingiustizia per la Serbia», ha aggiunto, riferendosi forse alle pressioni europee per un futuro riconoscimento del Kosovo da parte di Belgrado. E il nuovo governo non sarà, ha promesso, «né filorusso, né filoamericano, né filocinese, ma prima di tutto filoserbo, e farà di tutto per migliorare la situazione economica e sociale» di un Paese dove il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 25%. Chi pensa poi a un ritorno di fiamma del nazionalismo, si sbaglia: «Non si tornerà agli Anni Novanta». «Meritano di avere una chance, vedremo quali saranno i risultati», il commento di Tadic a proposito del colpo di scena registrato nell’agone politico. Tadic che ha suggerito che la maggioranza abortita Ds-Sps è l’effetto della richiesta di Dacic, non soddisfatta dai Ds, di ottenere il premierato.

Ora per il leader dei socialisti si prospettano giorni intensi, con una fitta agenda di consultazioni per allargare la possibile maggioranza, che già in partenza potrà contare su 133 deputati su 250. E poi la prova del fuoco, forse già la settimana prossima, con il voto di fiducia che dovrebbe ufficialmente incoronarlo premier.

I serbi ricordano la battaglia con i turchi Scontri con la polizia e feriti in Kosovo
Fortissima tensione in Kosovo nel giorno di San Vito, Vidovdan, festività in cui i serbi ricordano la sconfitta di Kosovo Polje del 1389 contro l’esercito ottomano. Una serie di gravi incidenti a sfondo interetnico sono stati registrati fin dall’alba. Il primo si è verificato nei pressi del posto di frontiera di Merdare, tra Serbia e Kosovo. Una settantina di ultranazionalisti e hooligan serbi si sono scontrati con agenti kosovari che avevano tentato di rispedirli in patria. Lanci di bottiglie da parte serba, reazione dei poliziotti con pallottole di gomma. Bilancio: 20 feriti tra i serbi, tra cui 5 gravi, 32 contusi nelle fila degli agenti. Ma secondo fonti di Belgrado i poliziotti kosovari avrebbero usato anche armi da fuoco. Forte tensione anche a Mitrovica, dove si sono verificati scontri tra serbi e polizia, senza feriti gravi. Da registrare, sempre all’alba di ieri, un attacco a colpi di kalashnikov contro un posto di polizia serbo nell’area a maggioranza albanese della valle di Presevo, a poca distanza dal Kosovo. Un poliziotto è rimasto leggermente ferito.