06. 11. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

A Belgrado censura dell’accordo Fiat-Serbia

Accuse di «censura» e di «arroganza». Non è stata presa bene dal Consiglio anticorruzione serbo la decisione del governo nazionale di consegnare al locale “watchdog” una versione edulcorata del contratto siglato nel 2008 tra Fiat e Belgrado. Quello, per intendersi, che ha portato il Lingotto (67 per cento) ad acquisire in joint venture con la Serbia (33 per cento) l’ex “Zastava” di Kragujevac, la Mirafiori serba.

Il principale organo di lotta alla corruzione in Serbia voleva esaminare il contratto Fiat e tutti i documenti collegati «per verificare se l’accordo fosse favorevole ai cittadini serbi», ha illustrato Danilo Sukovic, membro del Consiglio, dalle colonne del quotidiano belgradese “Blic”. Come risposta, l’esecutivo ha fornito «venti chilogrammi di documenti» in gran parte censurati, ha spiegato Verica Barac, capo del Consiglio. I contorni di quello che era stato definito «l’affare del secolo» rimangono dunque ancora opachi. La censura è «inaccettabile», ha aggiunto Barac, prima di rafforzare il giudizio parlando di un picco di «arroganza o perfino di cinismo» delle istituzioni nazionali. «È stupido marcare come segreto di Stato tutti i dati sui capitali investiti, sugli investitori e sulle concessioni date dalla Serbia. Non penso che ciò sia avvenuto su richiesta di Fiat, ma che l’intesa sia servita per fini di marketing politico», ha rincarato Sukovic. Fiat, con una nota, ha invece precisato venerdì che alcuni dei dati occultati comprendevano «segreti industriali e commerciali cruciali per il successo della joint venture» e che esistono clausole di riservatezza ideate per «proteggere il successo dell’investimento congiunto».

«Non penso che il governo sia il maggior ispiratore delle cancellazioni. Ma l’esecutivo non ha comunque cercato di rendere trasparente il contratto ai cittadini e alle organizzazioni interessate, e con esso le decisioni politiche e i processi economici», chiarisce Zoran Stojiljkovic, acuto analista politico serbo. «È un diritto ed è necessario che la gente sia informata, con l’eccezione dei dettagli puramente tecnici o dei segreti industriali», aggiunge l’analista. Ma come mai così scarsa trasparenza? Assieme all’Accordo di stabilizzazione e associazione con l’Ue, l’intesa Belgrado-Fiat con annessi sogni di boom economico «fu uno degli eventi determinanti che resero possibile, poco prima del voto, la vittoria dell’attuale maggioranza. Al tempo l’intesa ebbe un forte valore politico, che sarebbe stato minore se già allora fosse stato chiaro quanto era importante l’investimento del governo e che le risorse che Fiat avrebbe investito sarebbero state limitate. La gran parte del denaro arriva da Belgrado e da fondi europei», quelli della Banca europea per gli investimenti (Bei), suggerisce Stojiljkovic.

L’affare Fiat in Serbia prevede un investimento totale di circa un miliardo di euro: oltre 200 i milioni già erogati da Belgrado, 900 quelli assicurati dal Lingotto. Ma di questi, 500 milioni arrivano da un prestito deciso dalla Bei, in parte garantito dalla Serbia. Torino invece ha sborsato per ora solo 100 milioni a fine 2010 e ha mantenuto sempre un gran riserbo su quanto sta spendendo per la ristrutturazione degli stabilimenti di Kragujevac. Alla fine, l’azienda dovrebbe fabbricare 200mila veicoli l’anno, almeno secondo le stime Fiat, mentre la produzione dei nuovi modelli dovrebbe partire a inizio 2012. A Belgrado però si sussurra che, nel più roseo dei casi, la previsione potrebbe addirittura essere dimezzata.

Comments are closed.