07. 04. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Divjak, il generale serbo che difese Sarajevo: «L’ho fatto per amore»

Jovan Divjak (foto AP Photo/Ronald Zak, File)

Lui, Jovan Divjak, è uno dei simboli più alti dell’amore che si arriva a provare per Sarajevo. Un amore per il quale si deve rischiare la vita, si può sopportare di essere definiti traditori. In forza del quale l’alto ufficiale dell’esercito federale jugoslavo, di origini serbe, decise al momento dell’attacco contro Sarajevo di diventare il numero due dell’Armija bosniaca e di schierarsi a fianco degli assediati. Di quei suoi sarajevesi che, secondo i piani di Mladic e Karadzic, andavano spazzati via dalla faccia della terra. Il militare serbo non ebbe alcuna remora a contrapporsi ai serbi. Perché per Divjak la sua città adottiva, multietnica, andava difesa a tutti i costi.

 

Vent’anni fa iniziava l’assedio di Sarajevo. Immaginava, al tempo, che la città avrebbe vissuto un tale calvario?

No. Avevamo visto cosa era accaduto in Slovenia e in Croazia. Ma non avremmo mai pensato che lo stesso sarebbe accaduto a Sarajevo, una città multinazionale, né al resto della Bosnia.

 

Lei, di origini serbe ma cittadino di Sarajevo da decenni, decise di difendere la sua città adottiva, la sua “Sarajevo mon amour”. Perché?

Non ebbi bisogno di decidere, perché vivevo a Sarajevo già da 26 anni. Ma bisogna sottolineare che mio padre era originario della Bosnia e che il mio luogo di nascita (Belgrado, nda) era collegato ai suoi impegni di lavoro. Ancora più importante, il mio dovere da professionista era di proteggere i più vulnerabili contro quelli che lanciavano le granate. Nessun dilemma se rimanere o andarmene. Il mio dovere, personale e professionale, era di stare dalla parte dei più deboli, di quei cittadini di Sarajevo che mi apprezzavano e che mi accolsero come parte della loro famiglia.

 

Oggi (ieri per chi legge, nda) un grande concerto con 11.541 sedie vuote ricorderà le vittime dell’assedio. L’evento è anche un messaggio per l’Europa e per il mondo, che assistettero al massacro senza reagire?

Il messaggio fu mandato già vent’anni fa, lo stesso è lanciato oggi dalla Siria e da altri luoghi martoriati dalle guerre. Ma l’Europa non reagisce, si comporta come una vecchia signora a cui non interessa cosa accade fuori dalla propria dimora, basta che a casa tutto sia in ordine. Un altro messaggio importante è che bisogna tutelare i diritti umani. E soprattutto il diritto alla vita.

 

Quanto Sarajevo è cambiata con la guerra? Ed è mutato il suo amore verso la città?

Se parliamo del suo aspetto oggi, allora è mutato, una città però non è fatta solo di edifici, ma di persone. E sono orgoglioso del mio amore verso Sarajevo, forse più forte di un tempo, perché la città è in una situazione difficile. In passato vantava molta più tolleranza e multiculturalità di quanto ce ne sia ora. Per questo lavoro con i ragazzi e i bambini orfani di guerra, aiutandoli nella loro formazione. È il contributo per salvare la mia visione di Sarajevo come paradigma della Bosnia-Erzegovina, con tutte le affinità e le differenze.

 

Mladic e Karadzic, gli aguzzini della città, sono ora dietro le sbarre. Pensa che sarà fatta giustizia?

Le scuse della tv pubblica serba ai cittadini dei Balcani per la propaganda degli anni ‘90 hanno lo stesso valore del vedere Mladic e Karadzic in prigione. Ora sono nelle mani della giustizia e cercano di difendersi in modo dilettantistico per quello che hanno fatto in quella guerra che loro stessi hanno dichiarato. Per i nazionalisti serbi, la creazione della Republika Srpska è la più grande vittoria nel conflitto e questa propaganda continua. Per le vittime qui, invece, la cosa più importante è sapere quei due all’Aja e che i processi vanno avanti.

 

Come si è sentito dopo l’arresto in Austria, su mandato serbo?

Ero sorpreso, anche perché ebbi un’esperienza simile nell’ottobre 2010 all’aeroporto di Monaco. Venni fermato ma l’Interpol al tempo informò le autorità tedesche che non c’erano accuse contro di me (per crimini di guerra, nda) e che non ero responsabile (degli eventi della Dobrovoljacka ulica, nda). In più, in Austria sono stato “ingannato”, perché mi dissero che sarei stato libero in tre settimane. Invece, durante i cinque mesi trascorsi a Vienna, ho scritto un libro-diario che uscirà sabato, intitolato “Aspettando la verità e la giustizia”, in cui sono spiegati gli errori del governo e dei magistrati austriaci.

 

Vent’anni dopo, la Bosnia-Erzegovina è un Paese ancora diviso, l’economia è ferma, la disoccupazione alta. Ritiene che, in uno scenario del genere, la tensione etnica possa risorgere dalle sue ceneri?

La tensione verbale e i discorsi d’odio sono più forti oggi che negli anni 90. Ma non possono più causare un serio conflitto. Sono tuttavia pericolosi, perché provengono da politici di tutti i fronti, da quelli della Republika Srpska, che parlano di “separacija” e da quelli bosgnacchi, che discutono di “unitarizacija”. Da un sondaggio fatto tra i giovani, risulta evidente che i ragazzi formano le loro opinioni solo dai genitori e che pensano che solo “gli altri” siano colpevoli e che non si debba cooperare. A Sarajevo, una città una volta unita, vivono nella sua parte orientale 90mila serbi, che non hanno un grande interesse a integrarsi in città.

 

Crede ancora in un Paese dove bosgnacchi, croati e serbi possano vivere insieme?

Fra la gente normale, comune, non influenzata dalla politica e dalla religione, esiste ancor oggi la voglia di collaborare, non ci sono attriti. Ma per i politici, di tutte e tre le parti, a cui non interessa la Bosnia-Erzegovina e che mirano solo al potere, è ancora tempo per rinfocolare le tensioni. Ma ci sono tanti esempi di matrimoni misti, sia ora sia durante il conflitto. La guerra e la politica non condizionano l’amore. Nella stessa maniera, l’economia collega le persone, ci sono scambi come nel caso delle ONG impegnate in progetti internazionali. Abbiamo celebrato i 550 anni di Sarajevo: ciò che è accaduto durante la guerra non può distruggere quanto è stato costruito durante i secoli.

 

Lei ha combattuto per una Bosnia-Erzegovina multietnica. Sente di aver vinto quella guerra?

Qui siamo tutti perdenti. Chi ha perso di più sono le 100mila vittime, in maggioranza bosgnacchi. E non ci sono vincitori.

Facebook comments