29. 06. 2013
Il Piccolo
Stefano Giantin

Prodi brinda a Zagabria «Ma l’Europa è troppo lenta»

l43-romano-prodi-130521084150_big

Difficile trovare qualcuno più europeista, nel senso più alto del termine. Arduo compito – in un’Europa travolta dalla crisi – non rimpiangere lo slancio verso l’ideale europeo di Romano Prodi, già primo ministro italiano e numero uno della Commissione europea dal 1999 al 2004, in un periodo fondamentale per l’Europa con l’introduzione della moneta unica e con l’allargamento dei confini dell’Unione, dalla Slovenia all’Ungheria, dai Paesi Baltici alla Polonia. E oggi il Professore, malgrado gli impegni come “inviato speciale” dell’Onu per il Sahel, non dimentica certo il Vecchio continente, in procinto di abbracciare la Croazia nelle fila dell’Ue.

Presidente, cosa prova vedendo l’Ue che, malgrado la crisi, riesce ancora ad allargare i propri confini, “inglobando” anche la Croazia?
Inglobare non è la parola giusta (corregge subito il Professore, nda). Aggiungendo anche la Croazia. Ho un doppio sentimento. Da un lato sono molto contento, dall’altro mi chiedo e varie volte mi sono chiesto perché la Croazia, che doveva entrare nel 2007 ed era tutto pronto perché lo facesse, aderisca solo nel 2013. Mi fa piacere che l’Ue riprenda la gestione del suo cammino e i Paesi dell’ex Jugoslavia sono parte integrante dell’Europa, questo è un disegno veramente europeo. Allo stesso tempo mi guardo intorno e mi domando. Mentre la storia va così in fretta, perché noi procediamo così adagio? Il problema della definizione dell’Europa non è quello dell’eccessivo allargamento, sta invece nel fatto che non abbiamo con coerenza prodotto le trasformazioni che dovevano essere da esso determinate.

I ritardi di cui lei ha parlato hanno generato euroscetticismo in Croazia. A cosa sono dovuti?
La Croazia non aveva problemi particolari, fatto è che sono entrati nell’Ue altri Paesi. Il problema è un’Europa in cui non si prendono più decisioni. Dobbiamo riprendere lo spirito di un tempo. Non vede che per l’armonizzazione di una piccola parte delle regole del sistema bancario si sta lavorando da anni e anni e ancora non è stata presa nessuna decisione definitiva?

Si può parlare di una “balcanizzazione” in corso dell’Europa, mentre l’Europa si estende ai Balcani?
No, l’Europa è lenta, non c’è leadership, però quando si andasse a rischio di una balcanizzazione, cioè di frammentare il disegno europeo, ci sarà una reazione totale, spontanea, generale. A questo non si arriva. È un’Europa che capisce che non vi sono alternative al suo disegno, ma procede con una lentezza tale che finisce con l’esasperare tutti.

Rimanendo ai Balcani, ci sono timori – dalla Serbia alla Bosnia fino alla Macedonia – che il “limes” dell’Ue si fermi a lungo sul confine croato. Anche lei condivide queste paure?
Quello che ho sempre fatto riguardo alla ex Jugoslavia è molto semplice. Ho sempre detto a tutti “per voi c’è un posto in Europa”. Naturalmente, ognuno dovrà prepararsi singolarmente, perché l’adesione avviene per il merito dei singoli Paesi, non si entra in gruppo. Ma la porta è aperta. All’inizio, quando ho visto che solo la Slovenia era pronta, ho spinto gli sloveni a fare tutto il necessario per l’adesione, impegnandosi anche affinché al più presto possibile la Croazia seguisse. Poi abbiamo avuto delle tensioni che si potevano evitare tra i due Paesi, tensioni che hanno dato un bel contributo al ritardo. Ma ovunque, dalla Macedonia alla Serbia, ho sempre affermato che bisogna far tutto il possibile da parte nostra perché loro possano entrare e tutto il possibile da parte loro perché si preparino. E per me la Serbia è destinata a entrare nell’Ue il più presto possibile. Poi, lo ripeto, sono preoccupato dai ritmi così lenti che questo processo assume.

Quasi dieci anni dopo l’ingresso di sette Paesi dell’ex blocco sovietico nell’Ue, anche in quelle nazioni crescono euroscetticismo e populismo. C’è a Est una perdita di appeal da parte dell’Europa?
Non è perdita di appeal, è una Europa che non è più sentita come l’attore trainante del nostro futuro e allora la gente diventa scettica perché non sa cosa l’Europa faccia. È un problema a cui si pone rimedio solo con un rinnovamento della politica europea. Con più Europa, non con meno Europa.

Ritiene che i leader che sono oggi al potere nel Vecchio continente siano capaci di ridare slancio allo storico ideale europeo?
Finora hanno dimostrato di essere più interessati ai loro problemi nazionali che a quelli europei. Mi auguro che questo cambi, soprattutto di fronte al rischio, molto concreto oggi, che noi diventiamo irrilevanti nel nuovo mondo globalizzato.

Noi come Europa unita?
Noi come Europa e quindi tutti i Paesi europei, Germania compresa. Anch’essa deve capire che fuori dall’Europa nemmeno la grande Germania regge alla globalizzazione.

Comments are closed.