01. 09. 2013
Il Piccolo
Stefano Giantin

Matvejevic spera nell’Europa: «Basta con le jugonostalgie»

predrag-matvejevic

Il futuro dei Balcani è in Europa. Ma il nazionalismo strisciante ancora ne rallenta lo sviluppo e ne mina la stabilità. La pensa così Predrag Matvejevic, anima multiculturale, fra i massimi intellettuali europei. Matvejevic che è stato recentemente premiato con la cittadinanza onoraria di Sarajevo per i suoi meriti nell’aver narrato in modo imparziale gli orrori della guerra nell’ex Jugoslavia.

Professore, è rimasto qualcosa della Sarajevo di prima della guerra?
È rimasta una parte dell’intellighenzia, costernata da quanto succede e da quanto si ripete, dal nazionalismo. Io sono stato in città tre volte durante l’assedio di Sarajevo, di fronte alla Biblioteca nazionale divorata dalle fiamme. La situazione ora è diversa, non ci sono armi, non c’è la possibilità di un conflitto, di ripetere quanto accaduto. I nazionalisti sono disarmati. Ma le armi sono anche verbali, si può fare la guerra anche senza di esse.

Come vede la Bosnia di oggi?
I bosniaci di fede musulmana sono divisi, una parte è sorpresa dai problemi del Paese, ma c’è pure una minoranza islamista, un fatto che crea un nuovo problema in Bosnia, Paese che diventa un centro esplosivo dell’ex Jugoslavia. Dall’altra parte, la leadership della Republika Srpska, dove c’è un nazionalismo feroce, come dimostrano i festeggiamenti al criminale di guerra Krajisnik.

Nazionalismo che rinasce o che non è mai morto?
Che è rimasto e che rimane in tutte le etnie e nazionalità. Ne vedo le tracce qui a Zagabria, lo leggo sui giornali di Belgrado che dicono che i croati in Serbia sono molto più protetti dei serbi in Croazia, che sono qui da cinque secoli. Si risvegliano le stesse ideologie, gli stessi atteggiamenti del passato. La Bosnia poi economicamente va male, il tenore di vita è più basso che in Serbia e in Serbia più basso che in Croazia.

Qualcosa di positivo però accade anche nei Balcani, come l’entrata della Croazia nell’Ue. Zagabria era veramente pronta per il gran passo?
La Jugoslavia era preparata ad aderire, pronta a entrare integralmente. Era più avanti in confronto alla Polonia, alla Cecoslovacchia, ai Paesi baltici, economicamente e socialmente. Adesso le cose sono completamente cambiate. La Croazia, preparata male, ora si trova nelle ultimissime file dell’Unione europea. Ma entrare in Europa è stato il male minore. Ci sono poi aspetti positivi, come il presidente Josipovic, persona onesta ma che non può reggere tutto da solo. Josipovic che, prima delle elezioni, ha detto di essere agnostico e ha ricordato che i suoi genitori erano stati partigiani, due cose odiate dai nazionalisti, sia serbi sia croati.

Lei in passato ha parlato di “democrature”, anche riferendosi alla Croazia. Vale ancora questo concetto?
Sono ancora più forti di prima. Ora sono molto più nascoste, sono dappertutto, implicite nelle cose quotidiane. La democratura oggi, ad esempio, è fornire alle persone ubbidienti, vicine a un partito, un posto di lavoro.

E la Serbia? Come vede Belgrado?
Ci sono cambiamenti positivi, vi si trova un’opposizione ancora debole, che non riesce a rovesciare quanto è stato seminato dal regime di Milosevic, ma più forte che in Croazia e in Slovenia. Già col presidente Tadic, ma anche ora dimostrano una volontà di collaborare con i vicini. È importante, perché dopo Sarajevo, Vukovar, Srebrenica non è più possibile ricreare uno Stato comune, ma è possibile avvicinare le nazioni, creare Stati che s’intendono, con frontiere aperte. Non è importante rifare la Jugoslavia, questo è finito, sono nostalgie di persone che non sanno leggere il testo politico, un’illusione che bisogna abbandonare.

In pratica, il futuro di tutti i Balcani è quello di puntare sull’Ue?
La Croazia e la Slovenia sono già insieme nell’Unione, se anche la Serbia, la Macedonia, la Bosnia vi entreranno si potranno avere condizioni migliori che in Jugoslavia. Ognuno risponderà del proprio territorio, dell’economia, del commercio. Entrata che eviterà guerre, che costringerà ad accettare principi, modi di comportarsi europei, perché da questi dipendono fondi e aiuti. Questa sarebbe la soluzione, ma purtroppo è abbastanza lontana, sia per la Bosnia, sia per la Serbia. Forse il piccolo Montenegro è quello più avanti in questo senso.

Nel frattempo l’Europa continua spesso a vedere i Balcani come un problema.
Il problema dei Paesi balcanici che hanno fatto la guerra è di conservare una pace a cui sono stati costretti, una costrizione che produce ipertensioni politiche. Tensioni ad esempio come quelle causate dal presidente Dodik, in Republika Srpska, che vuole unire l’entità dei serbo-bosniaci alla Serbia. Ma se s’inizia separando la Bosnia, il lavoro di pacificazione non sarà mai finito.

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