
L'ambasciatore Michael L. Giffoni
Michael L. Giffoni è il primo ambasciatore italiano in Kosovo. Prima di arrivare a Pristina aveva guidato l’ufficio per i Balcani del Consiglio dell’Unione Europea.
Quale futuro ha il Kosovo in Europa?
«Si può discutere su tempi e modi, ma il processo d’integrazione del Kosovo è inevitabile, anche perché condiziona il futuro europeo di tutti i Balcani. Non si può considerare il Kosovo come una variabile indipendente, né rallentare l’integrazione della regione in Europa per un complesso di paure, frustrazioni e ragioni elettorali interne all’Unione».
E la Serbia?
«Belgrado deve proseguire il suo percorso europeo senza remore e ritardi. Non deve più valere la massima balcanica del “malo trudna” (un po’ incinta, ndr): o si è per l’integrazione o non lo si è».
La preoccupa la tensione degli ultimi giorni a Mitrovica, la città divisa tra serbi e albanesi?
«Su quegli eventi bisogna sgombrare il campo dai falsi problemi e parlare della vera questione sul tappeto: il rientro dei rifugiati. La comunità serba si lamenta perché le case albanesi legittimamente da ricostruire costituirebbero una minaccia strategica, ma forse dovrebbero fare maggiori pressioni perché anche i serbi abbiano la possibilità di rientrare nelle loro case a Mitrovica sud (la parte albanese della città, ndr)».
Meno del 10% dei duecentomila sfollati serbi è tornato in Kosovo dopo la guerra del ’99. Non è tardi per sperare in un loro rientro?
«Non è mai tardi se c’è un minimo di disponibilità e accondiscendenza. Il sindaco albanese di Mitrovica sud si è detto pronto a ricostruire le case serbe e a garantire la sicurezza. La comunità internazionale deve mostrare con forza la sua determinazione anche in questo senso e qui a Pristina lo stiamo facendo».
Dal punto di vista economico, Il Kosovo non è ancora un Paese autosufficiente.
«Il Kosovo è a metà del guado, il Paese è indipendente e la situazione non è reversibile, anche se la cornice istituzionale è ancora frammentaria e provvisoria. Bisogna però innescare un circuito virtuoso per far affluire investimenti stranieri gettando così le basi per un vero progresso economico, fondato sul processo d’integrazione europea».
Quali sono i vantaggi che il Kosovo offre agli imprenditori italiani?
«Ci sono possibilità interessanti, soprattutto per le aziende del Triveneto che conoscono bene la realtà della ex Jugoslavia. Bisogna puntare su settori come l’energia, l’agro-alimentare, il tessile, il legno e farlo al più presto per non rimanere esclusi».
La scarsa attenzione verso il Paese da parte degli imprenditori stranieri è forse dovuta anche ai problemi endemici di corruzione e criminalità.
«È uno svantaggio comune a tutti i Balcani, ma non condivido la descrizione del Kosovo come uno “Stato delle mafie”. È un dato di fatto che ci sia un’economia sommersa e illegale che sfrutta la via del commercio di droga che parte dall’Afghanistan e arriva in Europa, ma qui c’è anche la più grande missione civile dell’Unione Europea mai concepita. Eulex garantisce lo stato di diritto. I rischi ci sono, ma bisogna saperli governare».












