19. 07. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

La storica Ramet: «Epoca repressiva eppur rimpianta»

Sabrina Ramet, professoressa di Scienze politiche alla Norwegian University of Science & Technology, è autrice autorevole di libri di storia sui Balcani. Epoca d’oro per la Jugoslavia tra il ’52 e il ’68? «Assolutamente no. Tito era un leader autoritario e non parliamo di una democrazia. Ma anche in quel contesto, quel periodo fu poco florido. Ho usato quella definizione per indicare il breve periodo tra il ‘74 e l’80. Con la Costituzione del ‘74, Tito soddisfò in parte i bisogni dei liberali, concedendo un limitato decentramento e aprendo il sistema economico. Ma quelli precedenti furono anni duri, di privazioni e repressione. L’economia iniziò a ripartire solo a metà anni ‘60». Che figura pubblica era Tito? «Molto carismatico, ego enorme e sicurezza di sé. Proiettava l’immagine di un leader che avrebbe portato stabilità, ma fece fondamentali errori di valutazione. Come epurare i liberali nel 1971-72, eliminando la speranza che il Paese potesse sopravvivere unito e in pace. Ma tenne anche il Paese lontano dall’Urss, consentì un minimo d’iniziativa privata, un sistema dei media liberalizzato in alcune Repubbliche, specialmente in Slovenia». Come spiega la Tito-nostalgia? «Parte dell’appeal ha a che vedere col kitsch, ma per Tito c’è di più. Fu una figura eterogenea. Forse la sua peggiore atrocità fu il massacro di Bleiburg. Si può constatare la sua inefficienza nel governare il Paese e l’eredità che ha lasciato. Ma c’è ancora nostalgia per lui, dimostrata dagli articoli sulla stampa croata, dalle sue foto alla Bascarsija di Sarajevo, dal nipote che fonda un partito giocando sul cognome Broz. E i serbi che lo vogliono criticare, parlano di lui usando il cognome, Broz, piuttosto che il suo “nom de guerre”. Questo vi fa capire che quel nome, Tito, possiede ancora un’incredibile magia».

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