11. 09. 2013
Il Piccolo
Stefano Giantin

«Italia in ginocchio se torna alle urne con il Porcellum»

Assemblea Nazionale del PD

Lo scenario peggiore, andare alle elezioni subito e con il “Porcellum”. Elezioni che porterebbero con alta probabilità a una nuova paralisi politica, a un parlamento ingovernabile. Una prospettiva che apre la porta all’azzardo di una nuova tempesta finanziaria sull’Italia, a un’impennata dello spread e a una nuova instabilità dalle conseguenze difficilmente prevedibili per un Paese – l’Italia – già indebolito dal peso del debito pubblico. È questo l’avvertimento di Paolo Manasse, professore di Economia politica all’Università di Bologna, dottorato alla London School of Economics, in passato consulente di Banca Mondiale, Ocse e Fondo Monetario Internazionale. E fra i più acuti osservatori della situazione italiana.

Ci sono rischi, dal punto di vista economico e finanziario, in caso di crisi di governo?
Sicuramente sì, poi dipenderà dagli esiti di questa crisi. Se dovesse sfociare in una nuova maggioranza con un programma molto semplice, in testa il cambiamento della legge elettorale, questo non dovrebbe provocare grande volatilità sui mercati finanziari. Se invece si andasse alle elezioni, a uno scontro tutti contro tutti con la vecchia legge elettorale, allora credo che ci potrebbero essere tensioni molto forti sui tassi d’interesse.

Quindi una nuova crisi dello spread?
Esatto, l’ipotesi peggiore è tornare al voto con la vecchia legge elettorale, con la prospettiva di ritrovarsi senza una maggioranza. Questo è il caso peggiore e credo ci sarebbe una crisi piuttosto forte di sfiducia nei confronti del debito italiano e quindi un aumento degli spread che potrebbe metterci in ginocchio.

Addirittura in ginocchio?
Ci sono conseguenze anche per limitati aumenti dei tassi d’interesse per un Paese con duemila miliardi di debito. Un punto in più di tassi d’interesse sono tre miliardi all’anno in più. Rischiamo di non aver accesso ai mercati finanziari, di non poterci più finanziare e questo potrebbe essere un grosso problema. Non avere accesso ai mercati finanziari porterebbe a conseguenze nefaste, sostanzialmente a quella di essere classificati come un Paese insolvente, alla necessità di ristrutturare il debito. Ci porterebbe su un sentiero dalle grossissime incognite.

Da esperto, che voto darebbe alle misure economiche prese finora dal governo Letta?
Rispetto alle grandi riforme di cui ha bisogno il Paese, credo siano stati fatti piccoli passi, utili, ma che certo non sono in grado di dare quella scossa per far ripartire la crescita. D’altra parte, c’è una maggioranza di partiti che hanno degli orientamenti diametralmente opposti su quasi tutti gli argomenti principali, arduo pensare che si possa arrivare a un’intesa su riforme profonde quando c’è una divisione completa su obiettivi e strategie. Francamente con un governo così eterogeneo è già tanto che la paralisi non sia completa.

Secondo molte previsioni, il 2014 potrebbe essere finalmente l’anno della ripresa. Pensa che l’ipotesi di un Pil nuovamente in positivo sia realistica?
Ci sono alcuni elementi positivi, come i segnali di ripresa in altri Paesi che sono i nostri partner commerciali, a cominciare dagli Usa, e la Germania sembra andare meglio del previsto. C’è tuttavia il grosso nodo della domanda interna, che pesa per i due terzi del Pil. Gli ultimi dati, anche quelli dell’Istat, mostrano una continua caduta dei consumi delle famiglie in beni durevoli e non durevoli, un barometro della sfiducia delle famiglie italiane in una rapida ripresa. Se cadono i consumi vuol dire che veramente le famiglie pensano che la caduta del loro reddito abbia carattere permanente, di lungo periodo, altrimenti cercherebbero in qualche modo di sostenere i consumi, attingendo ai risparmi. Poi c’è il nodo della disoccupazione, che continua a essere molto grave e lì non ci sono segnali di ripresa, solo di peggioramento. Quindi, per quanto riguarda il fronte interno, se aggiungiamo la tensione politica, non sono molto ottimista, anche se potrebbe esserci una ripresa delle esportazioni. Ma le incognite interne sono piuttosto pesanti.

Se le famiglie pensano che la crisi non sia finita, se la disoccupazione cresce e i giovani si barcamenano tra lavori precari e mal pagati, che futuro può avere un’Italia in queste condizioni?
Credo che ci siano molti nodi legati alla politica. Uno scenario positivo potrebbe essere quello, al di là delle preferenze di ciascuno, di una vittoria abbastanza chiara alle prossime elezioni che aggreghi il centrosinistra con alcune fasce del centrodestra. Penso a Renzi, per fare un nome. Se questa condizione si dovesse verificare, una maggioranza solida e omogena, le cose da fare sono note, dalle privatizzazioni alla spending review fino alla scuola. Se ci fosse una vittoria chiara con una maggioranza solida, io credo che le cose potrebbero cambiare nel giro di 4-5 anni, dando al Paese una spinta importante verso la crescita e una speranza ai giovani.

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