
Douglas McWilliams, chief executive del Centre for Economic and Business Research (Cebr) di Londra ed ex capo consigliere economico della Cbi, la Confindustria inglese, è stato fra i primi a parlare apertamente di un “default” italiano. Nell’ultimo rapporto del Cebr, si legge che «l’Italia è destinata al default, mentre la Spagna potrebbe cavarsela», senza passare per le forche caudine della bancarotta. La zavorra che potrebbe trascinare a fondo il nostro Paese è l’alto debito pubblico al 120% del Pil, ma che per McWilliams salirà al 150% nel 2017, se la crescita dovesse mantenersi bassa e il rendimento sui Btp attestarsi oltre il 6%. L’Italia soffre tuttavia anche per la credibilità perduta sui mercati: e neppure stringere la cinghia tagliando la spesa pubblica potrebbe giovare. L’allarme dell’economista, vista la débâcle finanziaria in atto, appare purtroppo sempre più giustificato.
Professore, lei ha affermato che il fallimento dei leader Ue nel risolvere i propri problemi economici prima delle ferie estive avrà effetti molto seri in Spagna e Italia. Cosa voleva dire esattamente?
Al summit del 21 luglio scorso, l’Ue doveva accordarsi su un piano credibile di federalismo fiscale in Europa, in cui ogni Paese Ue avrebbe dovuto garantire il debito degli altri Stati, in cambio di un accordo sulla tassazione e sulle spese sotto supervisione europea, non più a livello nazionale. Quella sarebbe stata l’intesa finale che avrebbe potuto salvare l’euro. Invece hanno solo messo più risorse in un fondo d’intervento, rimandando le decisioni chiave a ottobre. Questo è il maggior problema, che li ha resi poco credibili di fronte ai mercati. Ancor peggio: hanno dato l’idea che andare in vacanza era più importante che risolvere i problemi.
Il rendimento dei Btp decennali italiani ha superato quello dei titoli spagnoli. Come analizza la situazione?
Nonostante il governo italiano abbia fatto un buon lavoro per ridurre il deficit, il Paese ha problemi competitivi reali. Prima dell’euro, l’Italia sarebbe potuta tornare a essere concorrenziale svalutando la lira e incrementando le esportazioni. Il vostro Paese è stato colpito assai duramente dall’entrata nell’euro sin dagli inizi, perdendo il 40% delle quote di mercato relative all’export. Tutte in campi poco “sofisticati”, mentre Ferrari, Gucci, Prada continuano ad avere ottime performance. Ma le esportazioni di massa sono state molto penalizzate. Il calo dell’export si è tradotto in una riduzione della crescita, oggi di fatto nulla. La questione è che oggi con una crescita così bassa è estremamente difficile abbassare il rapporto debito Pil, che è in aumento. Da qui la scarsa affidabilità sui mercati finanziari.
Possiamo dunque perfino immaginare difficoltà a finanziarci sui mercati?
A meno di un patto europeo credibile, non sarà molto facile per l’Italia vendere i suoi Btp.
Il premier Berlusconi ha dichiarato che l’Italia ha però solidi fondamentali economici. È d’accordo?
Alcune parti dell’economia italiana sono in buona salute, ma il grande problema con Berlusconi è che, pur non avendo ottenuto cattivi risultati nell’abbattere il deficit, non ha fatto niente per far crescere l’economia. L’Italia è in una posizione scomoda e pericolosa: renderla competitiva all’interno dell’Ue comporta una massiccia riforma del mercato del lavoro e dell’apparato burocratico. Nulla si è fatto in questo senso. L’impressione che il premier dà è di non essere concentrato nella risoluzione dei problemi economici del Paese.
Abbiamo sentito tante volte la frase “troppo grandi per fallire”, riferita a Spagna e Italia. È ancora valida?
Troppo grandi per fallire o troppo grandi per essere salvate? Alla fine tutto è nelle mani della Germania, che deciderà il futuro dell’euro. Se i tedeschi vogliono veramente che la moneta unica sopravviva, faranno pressioni perché le riforme siano realizzate. Siamo a questo punto, ormai. La chiave di tutto è oggi in Germania.
Tutto nelle mani dei tedeschi?
Sì, ora dipende da loro. Ma Berlino è divisa in due fazioni. Una che ha già abbandonato le speranze di salvare la moneta unica e un’altra che ammette: «Non ci piace, ma la nostra prosperità dipende da un euro funzionante». La mia idea è che l’euro sia stata un’idea politica portata avanti troppo presto e troppo rapidamente, tra Paesi non in linea tra loro. Diciamola tutta: se fossi nell’Italia, uscirei dall’euro.
Lei ha parlato di pericolo-default per l’Italia.
Penso che il default e la svalutazione sono molto meno dannosi di quanto si pensi. In realtà, se l’Italia seguisse questa strada, avrebbe molti problemi per un paio d’anni, le banche perderebbero dei soldi, ma dopo il Paese tornerebbe ad essere competitivo e ricomincerebbe a crescere. Ci sarebbe un futuro.
Uscire dall’Eurozona non suona come un’opzione realistica, al momento.
È economicamente molto più realistica di quanto la gente creda. Ma politicamente è ancora un evento che non si può neppure nominare. Se io governassi l’Italia, avessi le mani libere e non dovessi candidarmi alle elezioni, seguirei questa strada, perché penso che in questo modo il futuro sarebbe migliore.
Previsioni per l’autunno in Italia?
La crescita sarà molto bassa e potrebbe perfino tornare negativa alla fine dell’anno. E con la pressione dei mercati, o si arriverà al sì tedesco a un piano di salvataggio degno di fiducia , oppure la crisi potrebbe portare alla disgregazione dell’Eurozona.
