04. 12. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

«Energia italo-serba, accordo neocoloniale»

Dal 2008 al 2011, rispettata e autorevole ambasciatrice serba a Roma. Oggi, agguerrita deputata d’opposizione al Parlamento di Belgrado nelle file dei Dss, il partito dell’ex presidente e premier Vojislav Kostunica. È Sanda Raskovic Ivic, unica parlamentare ad aver chiesto conto del controverso, e ancora da ratificare, accordo energetico tra Roma e Belgrado di cui Il Piccolo ha scritto nei giorni scorsi.

Onorevole, durante una recente interrogazione parlamentare lei è stata critica verso l’accordo energetico con l’Italia. Perché?
Devo chiarire una cosa. Sono stata ambasciatrice della Serbia in Italia, testimone della nascita di questo accordo, sostenitrice dell’idea che le ditte italiane sfruttassero queste fonti energetiche. L’Italia non era la sola a competere per esse. Io mi sono spesa completamente per spingere affinché l’Italia ottenesse questo contratto. Ma ottenere il contratto e stipulare un accordo che è quasi neocoloniale è cosa ben diversa.

Neocoloniale?
Noi abbiamo offerto le nostre fonti energetiche rinnovabili, cioè i fiumi principali per l’idro-energia, Drina e Ibar, agli italiani. Allo stesso tempo abbiamo però l’obbligo di costruire una rete di trasmissione, che porterà l’energia prodotta in Serbia verso l’Italia. In più abbiamo deciso di adottare la direttiva europea 28/2009, che dice che nel 2020 tutti gli Stati avranno l’obbligo di produrre almeno un terzo di energia rinnovabile. Cedendo tutto agli italiani e spendendo tanto per costruire la rete di trasmissione, che servirà non tanto a noi quanto a loro, ci mettiamo in una posizione da contratto neocoloniale.

Con l’idroelettrico azzoppato, su quali altre fonti di energia dovrà puntare la Serbia?
Biomasse, solare. Costano molto di più dell’energia idroelettrica, che possediamo in abbondanza.

Quali i vantaggi concreti che invece Belgrado vedrà garantiti dall’intesa sull’energia, se ratificata?
Non ce ne sono. Questa è un’elettricità molto costosa (155 euro per megawatt/ora, nda), se fra qualche anno non avremo i soldi per costruire impianti solari o a biomasse dovremo comprarla in Serbia, prodotta nei nostri fiumi dagli italiani. In più non mi è chiaro quale percentuale di guadagno vada all’Elektroprivreda Srbije e quale a Seci-Maccaferri. A parte questo, noi dobbiamo investire molto in un grande progetto che non ci dà benefici. Noi regaliamo le nostre risorse, per niente. Non è che l’Italia, per esempio, non ha riconosciuto il Kosovo e noi ora paghiamo in questo modo.

E allora perché la Serbia ha firmato?
L’Italia era un garante per portare la Serbia verso l’Ue, un vicino con cui non abbiamo avuto vertenze, tranne che sul Kosovo. Non è il caso che noi abbiamo pagato la strada verso l’Ue, una strada che vacilla e vacillava già nel 2009. Il coinvolgimento e l’appoggio italiano alla Serbia verso l’Ue sono stati fra i fattori importanti nella firma di questo accordo, ma non quelli chiave.

Sa come sono stati scelti i partner strategici del progetto?
Non ci sono stati appalti. Da noi Elektroprivreda è il monopolista e unico gestore. Quando invece siamo andati al ministero dello Sviluppo economico italiano era già stato deciso che Seci-Maccaferri sarebbe stato l’altro partner. Dovrebbe chiedere a Roma. Io ho fatto domande a proposito degli appalti. Mi è stato risposto che la legge dice che il ministero ha il diritto di assegnare, tra virgolette, a qualcuno un progetto di tale importanza.

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