29. 05. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

«Bankitalia ha già un piano B se l’Italia esce dall’euro»

A lanciare l’allarme è un ex ministro dell’Industria nel governo Ciampi, professore emerito di Politica economica, esperienze in Banca d’Italia, alla Luiss e all’Ocse, oggi numero uno del Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi. È Paolo Savona. Che avverte: l’Italia ha bisogno di un “Piano B” in caso di uscita dall’euro.

Salgono le quotazioni di una Grecia fuori dall’euro. Scenario realistico?
La Germania preme in questa direzione, ma la Bce si oppone. Credo che la lotta sia in corso. La Bce vede giustamente la palla di neve che si trasforma in valanga.

Quali le conseguenze per l’euro in caso di forfait di Atene? Un crollo dell’Eurozona, come ipotizzato dal Nobel Krugman?
La Germania è la più interessata alla difesa dell’euro, perché è uno dei pochi Paesi che ci guadagna, come testimonia l’elevato surplus di bilancia estera, superiore anche al tanto lodato surplus cinese. La mia conclusione è che la Germania vuole rischiare spingendo fuori la Grecia, ma poi farà tutto il possibile perché la previsione – o prescrizione? – di Krugman non si realizzi.

Effetto domino da Atene a Roma?
È possibile, ma improbabile. La Bce fornirà tutta la liquidità necessaria per sopravvivere essa stessa per prima. Se crolla l’euro, scompare la Bce ed essa è indipendente nelle sue scelte. Il costo che dovranno pagare per molto tempo i Paesi come l’Italia sarà elevato, ma si dovranno tenere l’euro.

Lei ha ammonito: «L’Italia dovrebbe preparare un piano per essere pronta qualora fosse costretta a uscire dall’euro». Costretta da chi o da cosa?
Costretta dalla sua crisi, che può sfociare in disordini sociali, ma soprattutto dagli attacchi speculativi senza che Roma possa reagire stampando moneta, compito che spetta a Francoforte. Ci siamo legati le mani e ora non sappiamo come uscirne. Conosco bene la Banca d’Italia per non credere che il Piano B già esista, perché sarebbe grave non averlo. Così mi disse Tremonti. Il problema non è questo. Il problema è il persistente rifiuto di discutere di queste cose, preparando i cittadini ad affrontare l’eventuale crisi. Non è una condizione nuova, anzi è quella normale. Siamo entrati in guerra, come nell’euro, con troppa superficialità, gridando slogan “patriottici”.

Quale piano andrebbe considerato?
Innanzitutto cosa si deve fare per il debito pubblico e per quello privato. Allo stesso tempo procurarsi alleanze internazionali per fronteggiare la speculazione. Infine spiegare alla popolazione, chiedendone consenso e aiuto, che lo si fa per il bene del Paese. Chi ha causato il problema deve essere messo alla porta della politica. Non si accettano trasformismi.

Il Paese sembra diviso sull’euro. Sarebbe un bene o un male abbandonarlo?
Sarebbe un male e un bene. È un male perché l’euro è la moneta dell’Europa unita ed è indispensabile per far funzionare bene il mercato unico. È stato costruito male perché si è avuta troppa fretta, per tutti nel farlo e per l’Italia nell’entrarvi impreparata. È un bene, perché il Paese riprende la guida delle sue sorti, ora in mano ad altri. Finché l’assetto istituzionale è nazionale, i gruppi dirigenti devono tutelare la nostra sicurezza economica.

Lei fece parte del primo governo tecnico, quello Ciampi. Oggi i tecnici sono di nuovo al potere. Come giudica i primi mesi del governo Monti?
Ho sempre ripetuto che una democrazia non deve avere governi tecnici perché, se fanno bene, la gente cessa di credere nella democrazia, se fanno male, cessano di credere nei governi e nella politica. Il governo di cui ho fatto parte nasceva a seguito della decimazione dei politici dopo “Mani Pulite”, quello attuale nasce per una crisi economica “di importazione” alla quale abbiamo prestato il fianco scoperto, cioè le nostre debolezze. È l’ultimo errore della politica recente.

Quale ricetta potrebbe farci ripartire?
Il nostro Paese ricomincia a crescere se cresce l’Ue, perché a essa abbiamo affidato le nostre sorti cedendo la sovranità monetaria, quella di regolare il mercato, e vincolando grandemente la sovranità fiscale. Senza sovranità non si può far nulla. Le imprese sono libere di investire all’estero e lasciano al Paese la patata arroventata della disoccupazione e del benessere, che il Paese senza sovranità da solo non è in condizione di raffreddare. Anzi si coltiva la follia di una patrimoniale che nasce come un modo per far pagare ai ricchi la crisi e che finisce al solito come un costo per i poveri. L’esempio dell’Imu è solo una conferma.