21. 05. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Diritti gay, Italia in coda. E i Balcani la superano

BELGRADO L’Italia peggio dei Balcani e di gran parte dell’Europa orientale in materia di diritti di lesbiche, gay, bisessuali e transessuali (Lgbt). Non fa una bella figura il nostro Paese nella “Mappa Arcobaleno”, la classifica che visualizza a livello europeo il grado di rispetto giuridico dei diritti degli omosessuali. Compilata da Ilga-Europe, associazione che riunisce le ong del continente che si battono per i diritti delle persone Lgbt, la mappa sulle misure giuridiche adottate dai Paesi europei per lottare contro la discriminazione conferisce all’Italia – su una scala da 17 a -7 – zero punti, in compagnia di Malta e Lettonia. I vicini Balcani fanno meglio, con l’eccezione della Macedonia (-2). La Slovenia vanta 5 punti, la Croazia 6, gli altri Paesi oscillano tra 1 e 2 punti, ben lontani dalla capolista Gran Bretagna (12,5), ma anche dalla pecora nera Ucraina (-4). E dai luoghi comuni che ancora descrivono i Balcani come terra “senza legge”.

«Ciò che sta accadendo nei Balcani è la dimostrazione della loro ambizione di entrare nell’Ue. Hanno sviluppato una vasta legislazione anti-discriminazione, mentre l’Italia ha adottato solo la direttiva Ue contro la discriminazione sul lavoro in base all’orientamento sessuale, il minimo richiesto per i Paesi membri. Nei Balcani ci sono invece leggi contro le disparità di trattamento nel campo dell’educazione, del diritto alla casa, dell’accesso a beni e servizi, tutte cose che da voi mancano», accusa Juris Lavrikovs, portavoce di Ilga.

Nella vita reale, la situazione appare invece non dissimile da quella italiana. Attacchi fisici e verbali contro gay e lesbiche non sono infrequenti nella regione. In Montenegro, il Gay Pride previsto per il 31 maggio è stato cancellato dagli organizzatori, preoccupati dal clima di “machismo” violento fomentato dagli oppositori al raduno. Anche in Serbia la situazione non è idilliaca. «Le condanne per vari discorsi d’incitamento all’odio contro gay e lesbiche sono state pronunciate, ma non eseguite», spiega Jovanka Todorovic, attivista dell’ong Labris. Il caso più celebre è quello del «metropolita Amfilohije, che disse che i partecipanti al Gay Pride del 2010 avevano «impestato la capitale». Amfilohije non è solo, in una società ancora omofobica: un sondaggio ha rivelato che «il 7% dei serbi vede nell’omosessualità una malattia e il 95% non accetterebbe un amico gay», denuncia Todorovic. «Le leggi antidiscriminazione – ribatte Lavrikovs – riflettono però l’impegno del governo nella tutela dei diritti e sono un potente segnale verso la società». Anche il fatto che si sia svolto un Gay Pride a Belgrado, nonostante i gravi incidenti accaduti, è stato «un messaggio simbolico importante», per il futuro.

Un messaggio che – auspicano in molti – anche Roma dovrebbe lanciare. «La situazione italiana è problematica, uno dei Paesi fondatori dell’Ue è ancora sullo stesso piano di Stati non certo all’avanguardia nella protezione dei diritti degli Lgbt. Sconcertante», sentenzia Lavrikovs. Che aggiunge: «Non solo l’Italia ha 0 punti sulla mappa, ma è anche sotto la media dell’Ue e dell’Europa. Se guardiamo ai Paesi vicini, alla Spagna, alla Francia, perfino alla Croazia, tutti sono molto più avanti. Avete ancora tanta strada da fare».

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