27. 06. 2010
Il Piccolo
Stefano Giantin

Matvejevic: «Non so se oseranno arrestarmi»

ZAGABRIA Otto anni fa aveva definito “talebani cristiani” alcuni intellettuali nazionalisti croati e serbi. Li accusava di aver contribuito con la loro prosa ad accendere la miccia della violenza e a far implodere la ex Jugoslavia. Per quella definizione lo scrittore Predrag Matvejevic, con doppia cittadinanza croata e italiana, è stato condannato a cinque mesi di carcere dalla Corte Suprema di Zagabria. Le autorità gli hanno “consigliato” di non lasciare la Croazia alla volta di Ancona, dove avrebbe dovuto partecipare a un convegno dell’Associazione nazionale partigiani. La condanna dell’autore di “Breviario Mediterraneo”, tradotto in più di venti lingue, nasce dalla querela di uno degli scrittori da lui definiti “talebani” in un saggio che stigmatizzava le responsabilità degli intellettuali nazionalisti nelle guerre balcaniche.

Professore, un commento sulla sua condanna.
Malgrado tutto, alcuni intellettuali mi hanno difeso, anche pubblicamente. Questa è una novità. Il nuovo presidente della repubblica, Ivo Josipovic, mi ha promesso che lavorerà per un’amnistia, dato che non può annullare la condanna. È una persona per bene. In un Paese dove il clericalismo è fortissimo si è definito agnostico e figlio dei partigiani che hanno lottato contro gli ustascia. Per miracolo è stato eletto con il sessanta per cento di voti. Per quanto mi riguarda, aspetto. Non so se oserebbero arrestarmi. Vedremo.

Che reazione ha avuto dopo la decisione della Corte Suprema?
Mi sono sentito offeso. Non credo di averla meritato anche perché, durante il regime jugoslavo, ho sempre sostenuto il socialismo dal volto umano, quello di Havel, della Primavera di Praga e di Sacharov. Questo tipo di socialismo non punisce un reato d’opinione e per questa ragione ho difeso tanti intellettuali nazionalisti croati, serbi e bosniaci, anche se non ero d’accordo con loro, anzi ero contrario. Se s’incarcera qualcuno per punirlo delle proprie idee, si rischia anche di trasformare persone mediocri in martiri. È il caso di Tudjman, ad esempio.

Come ha risposto invece l’opinione pubblica croata?
I giornali ultra-nazionalisti hanno alluso alla mia doppia origine, padre russo, madre croata. Per loro ero uno “jugoslavo” che difendeva e difende ancora la ex Jugoslavia, ma queste offese non mi toccano. Sono solo dei rigurgiti nazionalistici di giornali poco seri. Quello che mi rende felice è vedere tanta gente per strada che mi esprime la propria vicinanza.

Tornando alla condanna, cosa si aspetta nelle prossime settimane?
Sono in attesa, ma continuo a ribadire che rimango fedele a tutto quello che ho scritto. Ripeto le parole che ho pronunciato e che hanno causato la condanna.

Lei aveva definito “talebani” sia intellettuali nazionalisti croati, sia serbi.
Oggi si cerca di manipolare quello che ho detto, affermando che ho citato solo autori cattolici croati. Non è vero. Tra questi intellettuali che ho attaccato ci sono tre croati e cinque serbi.

In che modo hanno fomentato il conflitto?
Con i loro scritti, con i discorsi, soprattutto con le loro apparizioni in televisione, alla radio, nei giornali. Hanno stimolato il nazionalismo, non solo in Croazia, ma anche in Serbia. Il quotidiano serbo Politika, una voce libera prima della guerra, aveva trasfigurato nel giro di un anno le sue colonne in una voce del nazionalismo. Lo stesso è accaduto a Zagabria. Una buona parte della stampa è stata marchiata dall’esaltazione della memoria e dei simboli usati nel Paese durante la Seconda guerra mondiale.

Simboli, memoria non condivisa. Che peso hanno avuto nei conflitti degli anni Novanta?
Oltre centomila serbi sono stati eliminati durante la Seconda guerra mondiale dagli ustascia, gettati nelle foibe, uccisi a Jasenovac, un campo simile a Dachau. Dopo la guerra, tanti croati innocenti, che nulla avevano a che fare con il regime di Ante Pavelic, sono stati oggetto di vendette. Lo stesso vale per gli italiani d’Istria. Io ho avuto il coraggio di parlare di tutto questo anche sotto la Jugoslavia, di raccontare dell’Esodo e degli “esodati”, ma anche delle stragi delle camicie nere in Dalmazia. Pochi italiani sanno che quel mostro di Pavelic, un piccolo Hitler, aveva fatto addestrare i suoi peggiori ustascia sull’isola di Lipari. Erano così crudeli da far impallidire perfino gli ufficiali nazisti.

Che reazioni hanno provocato le sue accuse in Serbia, patria di altri “talebani”?
Non ci sono state reazioni forti, anche se il primo serbo della lista era il nazionalista Dobrica Cosic, un vero culto nazionale nel Paese. Solo il settimanale Nin ha risposto, anche in modo abbastanza arguto. Hanno sottolineato che lo scrittore Matvejevic, mezzo russo, mezzo croato, ha un problema d’identità. Non è certo così, per me è un problema morale.

E i talebani croati? Che fine hanno fatto?
Uno lavora come redattore per il giornale ultranazionalista Lettera Croata, uno è tornato in Bosnia, un terzo è romanziere, sempre di estrema-destra. Hanno fatto carriera.

La sua condanna preoccupa e fa nutrire dubbi sulla reale democraticità dei Paesi balcanici, su quanto siano pronti a entrare nell’Unione Europea.
Innanzitutto una guerra non è più possibile, i vari Paesi sono economicamente indeboliti, la gente è esausta. E sono osservati dall’Europa e dal mondo intero, che non permetterà più quello che è successo in passato. I croati stanno facendo di tutto per entrare in Europa. Belgrado invece è divisa, da una parte i nazionalisti che dicono di non aver bisogno dell’Europa, dall’altra una parte colta ed europeista. Come si diceva una volta, è “l’altra Serbia”.

Che farà ora?
Rimarrò in Croazia. Qui sono venuto a finire il mio prossimo libro, Pane nostro, un saggio poetico, teologico, antropologico e sociale, in uscita per Garzanti il primo settembre. Ma sono tornato anche per essere un testimone, per il tempo che mi rimane, di quello che succede nell’Europa dell’Est. Non si tratta di un compito, ma di un destino.

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