
BELGRADO Siete da decenni alla testa di un regime sanguinario. La democrazia è il vostro incubo peggiore, una piaga da sanare con la repressione, la galera riservata agli oppositori e un po’ di “panem et circenses” per obnubilare le masse. Nonostante il pugno di ferro, i vostri sudditi non scendono in piazza a protestare, non aspirano a rovesciare la dittatura. All’improvviso, scoppia la rivolta e il destino del “rais” di turno è segnato. Cos’è cambiato da un giorno all’altro? Risposta: i prezzi del cibo.
È questa la chiave per interpretare la “Primavera araba” e altre insurrezioni in giro per il mondo secondo uno studio del prestigioso New England Complex Systems Institute (Necsi) di Cambridge, nel Massachusetts. Il “paper” «The Food Crises and Political Instability in North Africa and the Middle East» spiega nel dettaglio cosa ha scatenato le rivolte in Egitto, Siria, Libia o Yemen. I tumulti «possono riflettere vari fattori, come la povertà, la disoccupazione, l’ingiustizia sociale. Ma la tempistica delle sollevazioni in Nord Africa e Medio Oriente nel 2011 e prima ancora nel 2008 coincide con gli aumenti più significativi nei prezzi del cibo», scrivono gli autori della ricerca, Marco Lagi, Karla Bertrand e Yaneer Bar-Yam.
Usando come parametro l’indice dei prezzi alimentari (Ffpi) sviluppato dalla Fao, i ricercatori hanno stabilito un indubbio parallelismo tra aumento dei prezzi alimentari globali e violenza. Tra il 2004 e il 2007, quando l’indice segnava un valore oscillante tra 112 e 159, la situazione globale era tranquilla, a parte la rivolta in Burundi nel 2005: bilancio, un morto. Poi, dal 2008, con l’Ffpi schizzato oltre i 200 punti, arriva un primo allarme con «60 sedizioni per il cibo nel mondo in 30 Paesi diversi, di cui 10 con varie vittime». I teatri dei tumulti: Somalia (5 morti), India (4), Mauritania (2), Mozambico (6), Camerun (40), Yemen (12), Sudan (3), Haiti (5), Egitto (3) e di nuovo Somalia, India e Tunisia. A conferma dell’ipotesi, dal 2009 al settembre 2010 l’indice scende di nuovo sotto i 200 punti e non si registrano più rivolte. Ma poi arriva la seconda, ben più sanguinosa, escalation di fame e rabbia: da ottobre 2010 i prezzi salgono dai 205 ai 231 punti di agosto 2011 e la gente si ribella prima in Mozambico (13 morti), Tunisia (300), Libia (oltre 10mila), Egitto (circa 800), Siria (finora 900), Yemen (più di 300), poi in Algeria, Arabia Saudita, Mauritania, Sudan, Marocco, Iraq, Bahrain e Uganda.
«Abbiamo identificato una soglia sopra la quale le sollevazioni diventano più probabili», aggiunge il Necsi. Più precisamente, «se l’indice Fao supera i 210 punti» allora c’è da allarmarsi. Come adesso, perché da due anni l’Ffpi naviga costantemente sopra i 230, non accenna a calare e la rabbia di un miliardo di affamati, secondo i dati della Banca Mondiale, potrebbe colpire perfino l’Europa: «Anche se le forme di tensione possono variare, popolazioni disperate sono inclini ad usare la violenza anche in regimi democratici», avvisano i ricercatori. Se dittature e democrazie non vogliono fare la fine di Mubarak e Gheddafi, devono agire subito perché il prossimo picco dei prezzi del cibo, a causa degli «speculatori che creano bolle» e della «conversione di cereali in etanolo» per i biocombustibili, verrà raggiunto tra il luglio 2012 e l’aprile 2013, avvisa il Necsi. Che già nel dicembre 2010 aveva visto giusto, inviando un rapporto preoccupante sui prezzi del cibo al governo Usa. Solo quattro giorni dopo, il venditore ambulante Mohamed Bouazizi dava fuoco a sé stesso e alle polveri della rivoluzione in Tunisia.
E l’Europa? Per tracciare il quadro torna utile l’ancora attuale rapporto di fine 2010 pubblicato dalla banca Nomura e intitolato «Il prossimo aumento dei prezzi alimentari». Nomura prima stima che «i prezzi saliranno ancora nei prossimi anni» a causa «dell’arricchimento della dieta nelle economie in via di sviluppo» (+11% l’acquisto di carne in Cina), del diffuso uso di biocombustibili (nel 2025, copriranno il 25% del fabbisogno mondiale d’energia), del riscaldamento globale e della scarsità d’acqua». Un circolo vizioso, perché «servono 3 kg di grano e 16mila litri d’acqua per produrre un chilo di carne». Infine gli analisti di Nomura puntano il dito verso i Paesi che rischiano maggiormente una crisi alimentare, in caso di ulteriore impennata dei prezzi. Il “Nomura Food Vulnerability Index” vede ai primi posti Bangladesh, Marocco, Algeria, Nigeria, Libano, Egitto, Sri Lanka e Sudan. Ma attenzione all’Ue: già al 12esimo posto su 80 Paesi si colloca la Romania, al 19° la Bulgaria, al 23° la Lettonia, al 26° il Portogallo, al 33° la Croazia, seguita da Grecia (35°) e Slovenia (37°). L’Italia è 51esima, mentre i posti “più sicuri” in caso di penuria alimentare sarebbero Nuova Zelanda, Uruguay, Argentina, Danimarca e Olanda.
The Food Crises and Political Instability in North Africa and the Middle East, 20 downloads
Nomura: The coming surge in food prices, 84 downloads
World Bank: Food and Energy Prices, 19 downloads
World Bank: Estimating the Short-Run Poverty Impacts of the 2010–11 Surge in Food Prices, 20 downloads









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