06. 05. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

La Serbia distratta alle urne pensa a sbarcare il lunario

BELGRADO Il giorno della vigilia elettorale, a Belgrado, sembra uno come tanti. Strade affollate, caffè gremiti, un po’ meno traffico del solito, forse perché il 6 maggio non è solo giornata di elezioni. Cade Djurdjevdan, San Giorgio. È una delle “slave”, le feste di famiglia, più celebrate in Serbia. Tanti nuovi belgradesi, le migliaia di inurbati in cerca di lavoro e fortuna, sono già partiti verso i loro paesini d’origine per trascorrere la ricorrenza in famiglia. Probabilmente non torneranno per votare, come tanti altri cittadini poco interessati al “menu” delle elezioni. Che propone programmi quasi identici e poche facce nuove.

Grandi cartelloni ricordano tuttavia che domenica si decide il futuro del Paese. «Un futuro sicuro», promette un pensieroso Tadic. «Una Serbia onesta e vincente», gli fa eco il faccione sorridente di Nikolic che sbuca da un altro poster. I due osservano dall’alto la gente che cammina. Gente che non avverte un pericolo-nazionalismo in caso di vittoria di Tomislav Nikolic, ex estremista riciclatosi europeista. Gente che pensa soprattutto alla disoccupazione al 24%, ai bassi salari. «Tanto nulla cambia, che vinca l’uno o l’altro», sbotta Nenad, tassista. Fa parte di quel 66% di serbi che non si fida dei partiti, di quel 45% che potrebbe non recarsi alle urne.

Chi voterà sceglierà in base alle generose promesse elettorali. Tutte uguali. Lavoro, stipendi più alti, infrastrutture, imprese straniere in arrivo, avanti tutta sulla strada verso l’Ue. «Spero che ci sia qualche miglioramento, meno disoccupazione», auspica Milan Kosic, un 50enne seduto su una panchina dietro la Tanjug, l’Ansa serba. «La situazione rimarrà la stessa di oggi, chiunque vinca. Nessuno degli attori politici ha idee molto differenti su come governare l’economia», illustra invece l’influente economista Goran Nikolic. «Siamo un Paese con risorse limitate – continua – e l’unica cosa che il governo può fare è attirare il maggior numero di investimenti stranieri». «Qui la situazione economica è più dipendente da cosa accade in Italia o in Germania o dal voto francese che dalle elezioni serbe», conclude.

L’esito del voto discenderà invece dalla voglia di cambiamento. «Le persone sono stanche di chi ha governato finora», dei tanti impegni non mantenuti dall’attuale classe dirigente, soprattutto in termini di sviluppo economico, racconta una 25enne, immersa nella lettura dei quotidiani al Caffè “Plato”. Si presenta, è Milica Jevtic, giornalista alla tv pubblica serba. «Al primo turno delle presidenziali Nikolic otterrà più voti, perché la gente vuole punire Tadic. Al ballottaggio dovrebbe prevalere il presidente uscente», prevede. Alle legislative, invece, sarà bagarre. «In passato si doveva scegliere tra due Serbie», una protesa verso l’Europa, l’altra chiusa e nazionalista. «Ora gli schieramenti hanno più o meno gli stessi programmi», ricorda. Tutto si deciderà nelle prossime settimane, nel “bazar” politico che si dovrebbe chiudere solo col secondo turno delle presidenziali, il 20 maggio, in lizza i soliti Tadic e Nikolic. Per formare il governo, chi vincerà le politiche – il Partito del progresso di Nikolic è in testa di 5 punti sui Democratici di Tadic -, dovrà fare i conti con i partiti minori. «Se mi sosterrai al ballottaggio, avrai un posto nella maggioranza di governo», il succo delle contrattazioni.

Di certo, come nel 2008, chi sarà chiamato a formare l’esecutivo dovrà fare i conti con i socialisti. Il loro leader è l’ago della bilancia, quell’Ivica Dacic, ministro degli Interni, ex portavoce di Milosevic, scaltro animale politico, che ha promesso ai suoi sostenitori la difesa del Kosovo e una via moderna e socialdemocratica al capitalismo. Non conquisterà il secondo turno alle presidenziali, ma i sondaggi danno il suo partito al 13-15% e i bookmaker lo immaginano futuro premier. Dacic è l’uomo giusto per molti serbi, i nostalgici, i pensionati, la moltitudine stanca della corsa a due tra Tadic e Nikolic. È lui l’uomo giusto anche per Stevo Deura, 85enne a passeggio dietro il Parlamento, ex partigiano con la giacca decorata di medaglie. Dacic è «sincero, onesto, un gran lavoratore, diligente, affidabile, un patriota. Ci sono tanti politici, ma lui è il migliore», assicura. Forse non il migliore, ma il futuro della Serbia passerà ancora per le sue mani.