
BUDAPEST Il Danubio scorre maestoso sotto lo Szechenyi Lanchid, il Ponte delle Catene, separando Pest da Buda. Sulla superficie, lastre di ghiaccio suggeriscono che l’inverno non è finito. Che per Budapest la primavera, anche politica, è lontana. Il premier Orban, malgrado l’isolamento internazionale e i consensi al minimo, rimane saldamente al potere. La sua presenza divide però il Paese. Un Paese che non è la Romania o la Grecia. Qui cambiare timoniere non è ancora un’opzione.
L’impressione di una nazione frammentata si conferma chiacchierando con la gente. Asburgicamente riservata, annoiata dalle indiscrete domande sul proprio governo, timorosa di esporsi troppo e perciò spesso poco propensa a fornire le proprie generalità. Chi non ha inibizioni a parlare è Gyorgy Menczel, barista alla Spinoza Kavehaz, caffè-ristorante nel quartiere ebraico. «È uno schifo, altro che democrazia, siamo in una monarchia e Orban è il re», sbotta. Mentre «la politica non fa nulla», la crisi morde e i salari rimangono bassi. «La mia ragazza prende 250 euro facendo la babysitter, il 70 per cento dei miei amici vogliono andarsene», spiega Gyorgy. Una prospettiva descritta anche dalla studentessa lituana Vija, da due anni in Ungheria. «Ma quali attacchi internazionali? Il governo se li merita. Tutti i miei amici, gente in gamba, si vergognano di Orban e progettano di trasferirsi all’estero». Preoccupata del futuro, non del presente, la negoziante di cibo kosher, dietro la Grande Sinagoga di Dohany utca. Le uscite antisemite del partito di estrema destra Jobbik «m’inquietano, mai sottovalutare come si fece negli Anni ‘30», ammonisce Dvora C.
Ma c’è anche chi pensa – e sono molti – che l’accerchiamento dell’Ue contro Orban sia esagerato. «È pura isteria», spiega una 30enne a passeggio nel parco imbiancato della Erzsebet ter. Dice di chiamarsi Farago, «ma il cognome non lo do perché è uno importante». «Qui si vive bene, siamo in democrazia. E io non sono di destra», chiarisce. Attila Varsany, un 40enne che fa spese nel mercato coperto, il Nagycsarnok: «Siamo un Paese indipendente, non isolato dall’Ue. Forse il governo ha fatto qualche errore, come lasciar fallire la Malev, ma non capisco le critiche». Cinque persone, due opposte visioni dell’Ungheria di oggi.
Un’Ungheria ingiustamente sotto pressione? «Il governo di Fidesz ha iniziato a indebolire le istituzioni democratiche e ad abolire i contrappesi costituzionali. Le forti critiche, sia dall’interno, sia dall’estero, sono fondamentalmente corrette e sostanziate, come nel caso della Commissione di Venezia, dell’Alto Rappresentante per i media dell’Osce, delle risoluzioni del Parlamento europeo», risponde Istvan Hegedus, oppositore ai tempi della Cortina di Ferro, molto attivo durante la transizione democratica e direttore oggi del think-tank “Hungarian Europe Society”. «Non hanno precedenti tre procedure urgenti d’infrazione della Commissione Ue per le minacce a istituzioni indipendenti», aggiunge. «La legge sui media è stata definita la più severa del continente dalla Commissione», riporta.
«Da questa prospettiva, è una questione minore se alcuni analisti sono andati “troppo in là” parlando dei rischi sotto il regime di Orban. Naturalmente può accadere con i media liberi, ma i migliori giornali non hanno esagerato, descrivendo la natura politica dei cambiamenti in Ungheria. Non ricordo il New York Times o i media tedeschi qualificare come fascista l’Ungheria. Nondimeno, hanno raccontato la vergognosa situazione dei Rom. Le reazioni del mondo “occidentale” liberale e democratico sono necessarie per incalzare il governo e mostrare solidarietà con le voci critiche nazionali», conclude.
Voci critiche ma sparute. E forse inascoltate. «Secondo i sondaggi», illustra Tamas Boros, direttore dell’istituto di ricerca Policy Solutions, «Fidesz ha perso quasi il 50% di voti dal 2010, oggi è circa al 20%, un elettore su due non sa chi votare, il 75% pensa che il Paese sta andando nella direzione sbagliata. Ma se si andasse alle urne, Fidesz otterrebbe di nuovo una maggioranza schiacciante, perché socialisti e Jobbik hanno guadagnato solo qualche punto negli ultimi tempi».
E se invece fosse una grande protesta a far cadere la testa di Orban? Il prossimo 15 marzo, la città – promette l’opposizione – sarà invasa da cittadini arrabbiati. «Negli ultimi mesi, abbiamo visto centinaia di proteste anti-Orban, da qualche decina fino a 50-70mila manifestanti. A sorpresa, il più grande raduno è stato quello pro-Orban, erano 100mila», ricorda Boros. «Con l’opposizione frazionata e una maggioranza di due terzi in Parlamento – completa – difficile che Orban si dimetta. Non abbiamo mai avuto elezioni anticipate e vista la concentrazione di potere nelle mani del premier, dubito che questa volta sarà diverso». E la primavera, a Budapest, tarda ad arrivare.
Dalla Banca centrale alla privacy, le tre leggi finite nel mirino
Dall’avvento del governo del premier Viktor Orban, l’Ungheria è sotto osservazione da parte dei media stranieri e della comunità internazionale. L’esecutivo di centrodestra gode della più ampia maggioranza parlamentare mai registrata dopo il crollo del comunismo e ha deliberato riforme e nuove norme, molto contestate, senza alcun ostacolo in Parlamento. Tre nuove leggi, in particolare, sono entrate nel mirino della Commissione Ue. Che il 17 gennaio ha aperto tre procedure d’infrazione in relazione all’indipendenza della Banca centrale, all’abbassamento dell’età pensionabile dei giudici e all’autonomia dell’authority per la protezione dei dati personali. La risposta del governo Orban è arrivata il 17 febbraio: siamo pronti a modificare parzialmente la normativa, il succo della missiva. «Condurremo un’analisi totalmente giuridica per valutare se l’Ungheria ha preso misure appropriate e concrete per assicurare la compatibilità della legge ungherese con i Trattati europei», ha annunciato Pia Ahrenkilde, portavoce della Commissione. Poco prima delle controdeduzioni di Budapest, il Parlamento Ue aveva approvato una risoluzione che chiedeva di verificare se i valori fondamentali dell’Europa fossero ancora rispettati in Ungheria. Un Paese che sta creando gravi preoccupazioni «per quanto concerne l’esercizio della democrazia, lo Stato di diritto, il rispetto e la protezione dei diritti umani e sociali, il sistema di controlli e contrappesi, l’uguaglianza e la non discriminazione», si legge nel documento passato con 325 sì, 263 no e 49 astenuti. Nella diatriba tra Budapest e Bruxelles non è in gioco solo l’immagine democratica del Paese. Ma anche i circa 20 miliardi di aiuti targati Ue-Fmi necessari all’Ungheria per stabilizzare i conti pubblici, congelati fino a quando il governo Orban non rispetterà i diktat europei. Nonché i fondi di coesione Ue, forse presto bloccati a causa del deficit di bilancio ungherese fuori controllo.
E gli oppositori tornano in piazza il 15 marzo
Dopo le massicce proteste contro Orban a gennaio – e la contromanifestazione in sostegno del premier, ancora più imponente e vistosa, tenutasi a Budapest tre settimane fa – la capitale magiara vedrà di nuovo un fiume di persone passeggiare per le sue strade. Il 15 marzo, festa nazionale, in migliaia grideranno la propria disapprovazione verso il governo e il proprio desiderio di difendere la libertà di stampa. Il giorno non è scelto a caso: mentre le autorità festeggeranno la rivoluzione antiasburgica del 1848, la società civile denuncerà gli attuali rischi per la libertà di stampa e per le garanzie democratiche. Obiettivo dichiarato: un milione in piazza. Dopo un’intesa con esecutivo e sindaco, si è deciso che la città si frazionerà, una metafora delle divisioni della nazione. Le cerimonie ufficiali davanti al Parlamento e al Museo Nazionale, programmi culturali nel distretto di Buda, le proteste anti-Orban nei pressi del ponte Erzsebet hid.
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