07. 10. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Il Gay pride di Belgrado “sfila” al chiuso

BELGRADO Aveva visto giusto, il premier Dacic. Sabato, a Belgrado, è stato un giorno tranquillo. Bel tempo, gente comune a passeggio. Gente tutelata dal rischio di imbattersi in rivolte di piazza dalla proibizione di tutti i raduni pubblici, “Gay Pride” in testa. Unico danno collaterale, l’esclusione dalla scena pubblica di lesbiche e gay serbi, potenziali obiettivi della brutalità di ultradestra e hooligan. Paria a cui non è restato che rinchiudersi in uno stanzone del “Media Center”, nel centrale viale Terazije. Una sala che si è trasformata nel triste lazzaretto di una comunità, quella di lesbiche, gay, bisex e trans (Lgbt), che ancora non trova spazio e diritti, in Serbia. Un lazzaretto strapieno, assediato da decine di poliziotti, dove si sono contati un centinaio di attivisti per i diritti Lgbt, costretti “tra quattro mura”.

«Peccato non poter approfittare del sole, oggi», ha mormorato entrando nella sala Vincent Degert, rappresentante Ue in Serbia, arrivato per portare la solidarietà di Bruxelles. Solidarietà arrivata anche da più lontano, con la presenza del ministro svedese per gli Affari Ue, Birgitta Ohlsson. «Sono orgogliosa di stare fra voi, insieme stiamo facendo la storia, riuniti per la libertà e l’uguaglianza», ha esordito. «Nel 2012, ognuno dovrebbe avere il diritto di mostrare al mondo ciò che è», ha aggiunto, specificando che nell’Ue, dove la Serbia spera un giorno di entrare, non deve esserci spazio per «odio e omofobia». «I tempi stanno cambiando», ha concluso la leader liberale, «il mio Paese è cambiato, anche la Serbia lo farà». Ma, per ora, di segnali di cambiamento rare tracce. Poco prima, uno degli organizzatori del Pride, Goran Miletic, aveva parlato infatti di «capitolazione» del governo ai violenti, specificato che la marcia per i diritti gay «non è un circo». E annunciato anche il «prossimo anno ci sarà il Gay Pride». Hooligan e autorità permettendo.

«Quando ci si occupa di diritti umani non si parla di vittorie o sconfitte», chiarisce a quattr’occhi fuori della sala Boban Stojanovic, numero due del Pride, t-shirt con lo slogan «ogni generazione ha bisogno di una rivoluzione». Il «processo continuo» per sensibilizzare il Paese sui diritti Lgbt proseguirà il prossimo anno, promette. E il prossimo anno tra i volontari ci sarà ancora Pavle, sulla maglietta un adesivo con la scritta «giustizia per i pederasti», termine qui usato per insultare i gay. Pavle che definisce «triste» il confino al Media Center. «Ma non smetterò di combattere per i miei diritti», assicura, fumando una sigaretta a un passo dal cordone di polizia che ha impedito per due ore a chiunque di abbandonare l’edificio. «È ridicolo, non sono abituato a essere rinchiuso in una stanza senza che mi sia permesso di farmi vedere in strada», gli fa eco un ragazzo di Monaco, Sebastian Müller, in tasca la tessera dei Verdi tedeschi.

Ragioni di sicurezza, si giustificano i poliziotti, mentre a qualche metro di distanza la gente passeggia indifferente e di violenti non v’è traccia. «Anche se avessimo schierato 5mila agenti, ci sarebbero stati disordini, scontri e feriti», ha però dichiarato ieri Dacic al quotidiano “Press”, riferendo poi di un 80% di serbi contrari al Gay Pride. Con Dacic non concorda però Göran Stanton, poliziotto svedese, attivista Lgbt. «Se si è democratici, bisogna dare l’ok a marce del genere. Se si ritiene la questione importante, allora si devono salvaguardare i partecipanti», aggiunge, dopo aver tentato di convincere delle sue ragioni un collega serbo. Collega che il prossimo anno, forse, sarà in piazza per scortare e proteggere i manifestanti al prossimo Gay Pride, indetto ieri per il 28 settembre 2013. E non per isolarli dal resto del mondo, come appestati.

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