16. 11. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

I padri si arricchiscono, i figli in povertà

TRIESTE Da due decenni una silenziosa guerra intergenerazionale è in corso negli Stati Uniti. E una simile, meno cruenta, si combatte anche in Italia. I belligeranti sono i giovani under 35 e gli adulti over 65. La posta in gioco è la ricchezza disponibile. Nel conflitto non dichiarato, l’esito è scoraggiante per i più giovani. Giovani che si sono drammaticamente impoveriti rispetto ai loro padri. È questo il risultato-choc di uno studio sulla distribuzione della ricchezza negli Usa, condotto dal Pew Research Center, autorevole think-tank d’oltreoceano. Nell’ultimo quarto di secolo, «i nuclei familiari con a capo adulti anziani hanno guadagnato moltissimo in prosperità rispetto a quelli composti da individui più giovani». In America, chi ha meno di 35 anni ha perso il 68% in termini di ricchezza netta rispetto ai coetanei di vent’anni fa. Gli appartenenti alla terza età hanno invece registrato un +42% rispetto agli omologhi over 65 del 1984.

Nel rapporto “Il crescente gap generazionale nel benessere economico”, i ricercatori Usa hanno evidenziato che nel 2009 «il nucleo familiare con un capofamiglia anziano godeva di una ricchezza netta» – ovvero casa di proprietà, auto, risparmi, meno debiti -, «47 volte superiore» a quella goduta dalle persone più giovani: 170.494 dollari contro 3.662. Nel 1984, esisteva «un rapporto meno asimmetrico, di uno a dieci». «Le persone accumulano ricchezza invecchiando e le disparità generazionali sono attese. Ma l’attuale gap è «il più ampio registrato in 25 anni, da quando cioè il governo raccoglie questo tipo di dati», aggiungono i ricercatori.

Quali le cause che hanno determinato il dislivello nel benessere economico tra generazioni? Il reddito familiare negli Usa è cresciuto del 27% dal 1984 per gli under 35, ma addirittura del 109% nel caso degli anziani, che beneficiano anche di un tasso d’occupazione maggiore rispetto all’84 e di un più generoso welfare. Il fattore-chiave rimane tuttavia la proprietà di immobili, acquistati dai più anziani nel periodo «pre-bolla immobiliare». Oggi il valore delle case ha un impatto differente in relazione all’età. Rappresenta il 44% del patrimonio per gli over 65 (il 79% è proprietario e solo il 65% ha ancora un mutuo acceso) e il 31% per gli under 35 (il 38% possiede un’abitazione). In generale, le differenze di capacità economiche tra generazioni si sono accentuate per «ragioni demografiche», «con il collasso del mercato immobiliare nel 2006, con la Grande Recessione del 2007-2009 e con la conseguente ripresa senza nuova occupazione». La crisi ha marcato il divario tra giovani e vecchi: se i primi hanno rilevato un -55% di ricchezza netta tra il 2005 e il 2009, i più anziani sono stati fra i meno colpiti: solo -6%. Le statistiche sulla povertà confermano infine il gap generazionale. Dal 1967, il numero di famiglie composte da anziani che vivono sotto la linea di povertà è sceso dal 33% all’11%, aumentando invece fra i più giovani dal 12% al 22%.

E in Italia? Esistono analisi che segnalano dinamiche simili a quelle americane? Nel 2010, la Banca d’Italia aveva calcolato che i valori mediani della ricchezza netta degli under 35 nel nostro Paese si aggiravano nel 2008 intorno ai 37mila euro, in contrasto con gli oltre 150mila degli over 65. Un rapporto di circa uno a quattro, che però gli esperti sconsigliano di utilizzare come parametro di confronto con i numeri Usa a causa delle possibili differenze metodologiche con l’analisi americana. Più utile, per capire le dinamiche in corso, appare un saggio appena pubblicato dal Mulino, “Generazioni disuguali. Le condizioni di vita dei giovani di ieri e di oggi: un confronto”. Nel nostro Paese, si legge, «il progresso del reddito disponibile equivalente è stato assai sostenuto per le generazioni nate nella prima metà del XX secolo, che maggiormente hanno beneficiato della crescita economica post-bellica; per le coorti successive questa tendenza si è attenuata, fino a forse invertirsi per quelle più giovani». Non solo: «Anche in altri Paesi avanzati il miglioramento delle condizioni di vita delle generazioni più recenti procede a un passo più lento di quello delle generazioni che le hanno precedute». Le possibili cause: non solo la disoccupazione giovanile (vicina al 30%), ma anche «un’organizzazione del lavoro più flessibile e la diffusione di rapporti contrattuali “atipici”» negli ultimi 20 anni.

Fattori che hanno sì «aumentato le opportunità di occupazione», ma pure «reso più incerte e frammentarie le esperienze di lavoro, con conseguenze negative sulle retribuzioni e sui loro redditi complessivi». E anche le potenzialmente magrissime future pensioni dei giovani di oggi hanno un peso: «Improbabile che le giovani generazioni in Italia possano migliorare il loro tenore di vita a un ritmo paragonabile a quello delle generazioni dei loro genitori e non si può escludere che possano addirittura sperimentare un arretramento». Se gli under 35 negli Usa piangono, non si può certo affermare che i loro coetanei italiani abbiano di che sorridere.

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