28. 02. 2013
L'Espresso
Stefano Giantin

Slovenia, una Grecia alle porte

Proteste a Lubiana (REUTERS/Srdjan Zivulovic)

Proteste a Lubiana (REUTERS/Srdjan Zivulovic)

Europa, tranquilla, facciamo da soli. Non siamo l’Irlanda o la Spagna. E nessuno osi paragonarci ad Atene perché «la Slovenia non è la Grecia», sottolineava con sicurezza un anno fa il “Finance”, quotidiano economico di Lubiana. Ma in dodici mesi ne è passata di acqua sotto il Tromostovje, i tre bianchi ponti che s’intrecciano nel cuore della capitale. Acqua che non ha spazzato via i timori sul precario stato di salute dell’economia slovena e i crescenti dubbi sulle capacità di Lubiana di sottrarsi all’onta di diventare il sesto membro dell’Eurozona a chiedere aiuto a Bruxelles per salvare le sue banche.

È proprio lo spettro del “bailout” quello che oggi incombe sulla Slovenia, già modello di virtuosismo finanziario e di buon governo, di capitalismo mitigato da un welfare alla scandinava. Un modello premiato con l’ingresso in Ue e Nato nel 2004 e tre anni dopo, primo Paese ex socialista a fare il gran passo, con l’adozione della moneta unica. Tempi lontani, quelli della crescita media del 4% annuo, azzerati dalla crisi globale. I numeri attuali raccontano invece di disoccupazione al 12%, di una lunga recessione a W iniziata nel 2009 con un tracollo del Pil dell’8%. Di una ormai ex “tigre economica” dagli artigli spuntati, la Slovenia, che sarà l’unico Paese dell’Europa centro-orientale a registrare una crescita negativa anche nel 2013. Ma l‘insidia più temibile è rappresentata dalle principali banche slovene partecipate dallo Stato, che hanno bisogno di un’iniezione di almeno 3-4 miliardi di euro per una nuova ricapitalizzazione, diretta o realizzata attraverso la creazione di una “bad bank” pubblica che dovrebbe assorbirne i titoli tossici.
Dove scovare il denaro? Lo Stato ha le risorse per intervenire, rassicura il governo di centrodestra guidato da Janez Jansa, che cerca ostinatamente di cancellare l’immagine della Slovenia come «la Spagna dell’Europa centrale», recente definizione degli analisti di Raiffeisen. Ma qualche affinità c’è, sebbene Lubiana rappresenti meno dell’1% del Pil dell’Ue e sia dunque un problema sulla carta molto più facile da gestire rispetto a Madrid. Come in Spagna, durante il boom economico il settore bancario sloveno «si espanse molto aggressivamente, con significativi prestiti al settore immobiliare ed edile», spiega Timothy Ash, capo del settore ricerca sugli “emerging markets” alla Standard Bank di Londra. Peccato che quei settori siano stati travolti dalla crisi, lasciando un buco nei bilanci delle banche. E assegnando in eredità al governo l’obbligo di salvarle, perché a differenza di altri Paesi dell’Est in Slovenia gli istituti di credito sono in gran parte “domestici” e lo Stato rimane uno degli azionisti di riferimento. Quando le banche, già nel 2012, «hanno avuto bisogno di essere ricapitalizzate», conferma Ash, in Slovenia «i costi» milionari «del processo sono stati assunti dallo Stato», in una versione in miniatura del «caso irlandese».

Ma la Slovenia, a differenza di Dublino, non ha ancora chiesto aiuto all’Europa. Potrà a lungo esimersi dal farlo? «Non deve esserci per forza un bailout», risponde l’analista, «le difficoltà slovene si possono affrontare anche con una ricapitalizzazione» finanziata «attraverso il mercato». «Se ci sarà volontà e stabilità politica, potranno risolvere i problemi in maniera indipendente, da soli», conclude Ash. «La Slovenia è in una situazione svantaggiosa come altri Paesi Ue, specialmente nell’Eurozona», gli fa eco Maks Tajnikar, uno dei massimi economisti sloveni, che però ricorda le ancora solide basi macroeconomiche di Lubiana, in particolare il basso rapporto tra debito pubblico e Pil, cresciuto tuttavia dal 18% del 2008 al 50% attuale e proiettato verso il 70% in caso di nuove ricapitalizzazioni. Tajnikar che poi mette il dito nell’altra piaga di Lubiana. «Stiamo seguendo una politica economica del tutto sbagliata, dettata da Bruxelles. Le misure di austerità non stanno dando frutti in Spagna, in Portogallo, in Italia e neppure qui. Io posso essere ottimista, ma solo se si cambieranno radicalmente le politiche economiche». Politiche di estremo rigore e riforme lacrime e sangue dirette a ridurre il deficit, portate avanti da un sempre più isolato Jansa. Isolato perché la maggioranza che l’ha sostenuto si è sfaldata, non solo per l’impopolarità dell’austerity, ma soprattutto per le accuse di presunte irregolarità fiscali attribuite al premier dalla Commissione nazionale anti-corruzione, sdegnosamente respinte da Jansa, che le ha bollate come un complotto «comunista». Accuse indirizzate anche al leader dell’opposizione e sindaco di Lubiana, Zoran Jankovic.

Ed entrambi sono nel mirino di quello che è diventato il più grande movimento di massa della recente storia slovena. Migliaia di persone – l’8 febbraio a Lubiana erano in 20mila, numeri eccezionali per un Paese di due milioni di abitanti -, che da novembre protestano contro le «élite politiche di destra e di sinistra», contro «la corruzione diffusa» e contro «le misure d’austerità», racconta Uros Lubej, uno dei portavoce della “Vseslovenska Ljudska Vstaja”, insurrezione popolare slovena. «Gotovi so», «sono finiti», pronunciano i cartelli issati dai dimostranti con le facce di politici di tutti i colori. Ma Jansa, che ha definito i manifestanti «fascisti di sinistra», ha avvertito. Dopo di me il diluvio, perché se cade l’esecutivo la Slovenia finirà in «un limbo» ingovernabile che porterà fatalmente «alla bancarotta». Parole che non hanno arginato gli scioperi e le proteste. Alla prossima, il 9 marzo a Lubiana, potrebbero essere ben più di 20mila in piazza a gridare il loro disappunto. Nessuno sa se sulla poltrona di premier ci sarà ancora l’inossidabile Jansa, che può ora contare sul sostegno di solo un terzo dei deputati del Parlamento. E sul favore di un misero 20% della popolazione che vorrebbe vederlo ancora primo ministro di un Paese che sognava di essere come la Felix Austria e che ha scoperto invece di avere classe politica, problemi e vizi più simili a quelli italiani.

Indignati a Lubiana
«Andatevene, ladri». Da due mesi migliaia di “arrabbiati” sloveni esprimono così la loro rabbia contro i «politici corrotti di entrambi gli schieramenti». Dal premier Jansa con le sue misure d’austerità al suo arci rivale, il “milionario rosso” Zoran Jankovic, tutti e due osservati speciali della Commissione nazionale anti-corruzione. Ed «entrambi rimangono al potere», una mossa «politicamente ed eticamente irresponsabile verso gli sloveni», illustra Peter Petrovcic, numero uno di “Kricac”, una delle anime della protesta. Kricac, organizzazione il cui nome è traducibile in «colui che urla», che ha adottato metodi non violenti, simboli – il pugno nero serrato su sfondo bianco – e slogan – «siete finiti» – ispirandosi alle ricette di “Canvas”, istituzione serba no-profit che raccoglie ex attivisti di “Otpor”, lo storico movimento anti-Milosevic, svela Petrovcic. Opposizione di piazza che in Slovenia fa tremare i polsi a una classe politica che in vent’anni è diventata «completamente intoccabile» e disconnessa dal popolo. Politici «di destra e di sinistra» che con le privatizzazioni hanno «creato un esercito di poveri e un pugno di ricchi». Che si sono «dimenticati di stimolare l’economia», copiando invece «le politiche sbagliate del neoliberismo», solo tagli al sociale e niente investimenti. Ma le «energie sono dirette anche contro il potere giudiziario iniquo», che non ha «condannato chi ha messo le mani sulle grandi aziende» nazionali, lasciando sulla strada migliaia di «lavoratori non pagati». Energie che finora non hanno però prodotto alternative politiche concrete. «Per questo c’è bisogno di tempo», esclama Petrovcic, spiegando che «controbilanciare la situazione attuale richiede più di due mesi». Ma l’ora giusta arriverà, come arrivò «21 anni fa», ai tempi della lotta per l’indipendenza. Come, auspica Petrovcic, giungerà il momento di nuove politiche anche economiche che realizzino «quanto ci era stato promesso nel 1991». Di fare della Slovenia una «piccola Svizzera».

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