08. 11. 2013
Il Piccolo
Stefano Giantin

Sale la febbre dell’atomo nell’Est Europa

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La Germania ha avviato la chiusura dei suoi impianti nel post-Fukushima e la completerà fra un decennio. Lo stesso dovrebbe fare il Belgio, entro il 2025, l’Italia il gran passo lo ha compiuto dopo Chernobyl, l’Austria ha annunciato che non comprerà più dall’estero energia prodotta da impianti nucleari. Ma, come spesso accade, anche sul tema atomo l’Europa si ritrova divisa. E se Francia, Finlandia e Regno Unito continuano a non avere dubbi sul nucleare, anche l’Europa centro-orientale guarda con sempre maggiore interesse a quella forma di energia, tra progetti di nuovi impianti e prolungamento della vita di quelli esistenti, spesso obsoleti, la denuncia degli ambientalisti. Lo confermano una panoramica a volo d’uccello sulla regione e le notizie che arrivano da Est.

Notizie come quella della presa di posizione a ottobre del Gruppo di Visegrad, organizzazione che mette in contatto i governi di Ungheria, Slovacchia, Cechia e Polonia. Governi che hanno messo nero su bianco che «l’energia nucleare è di vitale importanza per l’economia europea», che rimarrà al palo «in futuro» con la rinuncia all’atomo. «Ogni Paese ha il diritto di scegliere il mix di energia che considera più appropriato» e Bruxelles non deve interferire «regolando eccessivamente» il settore del nucleare, leggi non deve immischiarsi nella decisione dei singoli esecutivi di concedere «sussidi» al nucleare, ha detto con franchezza il premier magiaro, Viktor Orban. Orban che, durante un successivo vertice in India, potenza nucleare, ha addirittura promesso che nel giro di pochi anni, l’Ungheria potrebbe garantire ai suoi cittadini l’elettricità più economica dell’Ue, via atomo.

Ma se Orban è il politico dell’Europa centro-orientale più schietto nelle sue dichiarazioni, è tutta la regione o quasi che potrebbe essere presto attraversata dalla “febbre atomica”. Lo comprovano i documenti della World Nuclear Association (Wna), che ricordano che, sebbene «la maggior parte dei reattori progettati e in costruzione si trovi in Asia», l’Europa centro-orientale è la prossima frontiera per gli investitori. Frontiera che passa per la Romania, dove – malgrado la progressiva ritirata di grandi investitori come CEZ, RWE e Gaz de France – il governo continua a puntare sull’espansione dell’impianto di Cernavoda, costruito ai tempi di Ceausescu, costo circa 4 miliardi di euro, forte interesse cinese per il progetto. E di espansione si parla anche per la vecchia e unica centrale in Ungheria, quella di Paks, quattro reattori, entrata in funzione nel 1982 e la cui “vita” è stata estesa fino al 2032. Paks che, secondo i piani del governo di Budapest, dovrebbe entro la fine del 2013 lanciare una gara d’appalto per due nuovi blocchi di produzione e per allungare l’attività di quelli esistenti di altri 10 anni. Ma i reattori la cui costruzione è già in programma sono tanti altri, ricorda un rapporto Ue. Uno in Lituania, uno in Bulgaria, nell’obsoleta centrale di Kozloduy. In quest’ultimo caso, in pole per l’investimento la russa Rosatomenergo e la francese Edf. E poi due in Cechia, per potenziare l’impianto di Temelin, attorno al quale si gioca una partita da “Guerra fredda” tra la Westinghouse e un consorzio a guida russa per vincere l’appalto per i due nuovi reattori. E ancora, la Polonia che sta pensando di «diversificare la produzione di elettricità», ricorda la Wna, oggi basata per oltre il 90% sul carbone e sull’importazione di gas, erigendo due centrali entro il 2023. Su tutti poi spicca la Slovacchia, dove due nuovi reattori entreranno in funzione l’anno prossimo mentre altri due sono in fase di progettazione.

Paura dell’atomo? Nessun segno, dato che i sondaggi rappresentano una salda maggioranza che, a Est, sostiene il nucleare, visto come fonte di energia economica e più pulita del carbone. E d’altronde già due anni fa la fondazione Heinrich Boell rendeva noto, nel silenzio generale, che nell’Europa centro-orientale le leadership politiche stavano già di soppiatto lavorando, in assenza di pubblico dibattito, per «definire le condizioni per la costruzione di nuove centrali». O meglio per fare dell’ex blocco sovietico – malgrado gli ammonimenti degli ecologisti sull’invecchiamento degli impianti dell’area – «una terra promessa per l’energia nucleare». E soprattutto per i colossi del settore, ancora in sofferenza dopo Fukushima.

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