28. 02. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

L’Europa sotto accusa per l’«apartheid» dei rom

BELGRADO Maltrattati, emarginati, privati dei più elementari diritti umani. È un quadro desolante quello descritto dal Consiglio d’Europa (CoE) nel primo rapporto comprensivo sulle violazioni dei diritti di una fra le più grandi minoranze del Vecchio continente, i rom.
Nelle 254 pagine, presentate ieri al pubblico, il commissario del CoE per i diritti umani Thomas Hammarberg ha messo nero su bianco quanto gli europei non vogliono sentirsi dire: il loro atteggiamento verso i nomadi è di vera apartheid. «In molti Paesi europei, rom e nomadi soffrono di un aperto razzismo, rimangono indietro rispetto agli altri cittadini nell’educazione, nel lavoro, nell’accesso ad alloggi decenti e al sistema sanitario», ha riassunto così Hammarberg il succo del rapporto “I diritti umani dei rom e dei nomadi in Europa”.

Le origini della discriminazione giungono da lontano. «Solo poche migliaia sono sopravvissuti all’Olocausto in Germania e ai campi di concentramento», scrive Hammarberg nel documento. E per i “salvati”, «non c’è stata giustizia nell’era post-hitleriana». «Non sorprende», aggiunge il commissario, «che i rom percepiscano le autorità come una minaccia. Quando gli si chiede di fornire le proprie impronte digitali», come accaduto anche nel nostro Paese, «temono il peggio», memori di ben altre schedature.

Ma non è tanto il passato a fare paura, quanto il presente. Un presente, denuncia il CoE, fatto di retorica populistica anti-zingari, fomentazione dell’odio da parte di gruppi estremisti, abusi della polizia, bambini strappati alle famiglie spesso «per mere ragioni economiche», sulla base dell’opinione di operatori sociali a volte impreparati o maldisposti. Gli esempi di discriminazione, nel “report”, si sprecano. I casi-simbolo sono tanti, quasi difficile selezionare i più significativi. C’è spazio, molto, anche per l’Italia, dove in passato si è cercato di considerare rom, musulmani e altre minoranze «come collettivamente responsabili del deterioramento» della sicurezza. L’esempio che porta il CoE è una dichiarazione di Gianfranco Fini, tratta dal Corsera. I rom pensano che «il furto sia pressoché lecito e non immorale», mentre il non lavorare è considerato normale, «dato che devono essere le donne a farlo, spesso prostituendosi», affermava Fini nel 2007. Ben peggiore la proposta di Csanad Szegedi, esponente dell’estrema destra ungherese di Jobbik, oggi europarlamentare. La soluzione per i rom giudicati «una minaccia alla sicurezza pubblica»? Il trasferimento coatto in campi strettamente sorvegliati. E se non si “redimono”? «Nessun dubbio che ci sarebbero alcune persone che non ne uscirebbero migliorate. Queste allora dovranno trascorrere tutta la loro vita nei campi», suggeriva Szegedi due anni fa.

Questi discorsi – assieme alla criminalizzazione di un’intera comunità, come avvenuto in Francia nell’estate del 2010 con le deportazioni di massa verso altri Paesi Ue dei migranti rom – hanno conseguenze «che non devono essere sottovalutate». «L’inappropriata retorica di alcuni candidati alle elezioni italiane del 2008 fu seguita da attacchi violenti contro rom e contro i loro campi», ricorda il Consiglio. Mentre «gli omicidi a sangue freddo di sei nomadi, e di un bimbo di 5 anni, in Ungheria tra il 2008 e il 2009, furono commessi in un’atmosfera incendiata da parole grondanti odio». E poi nuovamente l’Italia, messa all’indice per i campi nomadi bruciati a Roma, Milano, Catania. Attacchi raramente perseguiti dalle autorità, denuncia Human Rights Watch. Oppure per gli sgomberi forzati dei rom dai loro accampamenti, sgomberi accompagnati dalla «arbitrarie distruzioni di proprietà per opera della polizia». O ancora per l’“ethnic profiling”, la creazione di database biometrici per schedare i rom, comuni anche in Francia e Ucraina.

Non sono tuttavia solo Roma e Budapest a essere percorse da un’ondata di ostilità anti-rom. Lo stesso avviene «in Belgio, Cechia, Lettonia, Portogallo, Slovenia, Svizzera e nel Regno Unito». La comunità è poi «sproporzionatamente colpita dallo sfruttamento della prostituzione e sul lavoro». In molte parti d’Europa, infine, i rom non ricevono cure sanitarie, perché non hanno i soldi per pagare i contributi. Oppure perché senza documenti, un problema diffuso. Non stupisce che la loro aspettativa di vita sia, nell’Europa dell’Est, di 10 anni inferiore a quella del resto della popolazione. Tra povertà, “pogrom”, ghettizzazione e odio su base etnica, s’invecchia in fretta, si muore prima.

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