21. 01. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

Storico “revisionista” scandalizza Budapest

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Quei ventimila ebrei arrestati e deportati dalle autorità filonaziste di Budapest nel 1941 e consegnati in mano alle SS tedesche? Non sono sulla nostra coscienza, si trattò solo di una banale «operazione di polizia contro degli stranieri». No, le affermazioni sopra riportate non sono uscite dalla bocca di un neonazista, né da quelle di un leader di qualche partito dell’ultradestra magiara. Sono state proferite invece – causando scandalo – nientemeno che da Sandor Szakaly, da poco nominato numero uno dell’Istituto di ricerca storica “Veritas”, fondato l’autunno scorso dal governo di Budapest.

Scandalo comprensibile. Le parole di Szakaly si riferivano al delicato tema della complicità ungherese nello sterminio di circa 18mila ebrei espulsi dall’Ungheria, episodio avvenuto nell’agosto del 1941 nella cittadina ucraina di Kamenets-Podolsk, già occupata dalle forze tedesche che avevano invaso l’Urss. Kamenets-Podolsk che svolge un ruolo basilare nella storia e nella tragica contabilità della Shoah, perché tra il 27 e il 28 agosto 1941 «reparti delle Einsatzgruppen, unità di sterminio mobili, e truppe al comando del generale SS, Friedrich Jeckeln, eliminarono la popolazione ebrea locale e i deportati ebrei» tradotti in precedenza in città, in tutto circa 23.600 persone, tra cui appunto i quasi ventimila ebrei “ungheresi”, ricorda l’Holocaust Memorial Museum (Ushmm) di Washington. Fu «il primo massacro su larga scala» nell’ambito della “Soluzione finale”, specifica sempre l’Ushmm. Massacro che non avrebbe avuto tali proporzioni se, a fine giugno 1941, l’Ungheria non avesse «deciso di deportare gli ebrei stranieri», in gran parte russi e polacchi rifugiatisi in Ungheria. Deportati «dopo essere stati caricati su carri merci, trasferiti a Korosmezo, vicino all’allora confine con la Polonia, poi fatti entrare in territorio sovietico e consegnati ai tedeschi» dagli ungheresi, ricordano i documenti dell’Ushmm. Nel giro di poche settimane sarebbero stati sterminati in gran numero, in un orrore che vecchie foto in bianco e nero delle esecuzioni riescono ancora oggi a trasmettere.

Parole, quelle di Szakaly – «forse mi sono sbagliato ma non mi sento colpevole», le sue “scuse” di ieri – che hanno fatto insorgere la comunità ebraica ungherese, che ha minacciato di boicottare le grandi celebrazioni programmate quest’anno in Ungheria dall’esecutivo se lo storico non si dimetterà o non sarà cacciato dal governo. Ma per l’associazione degli ebrei ungheresi, Mazsihisz, preoccupata da vari tentativi di «riscrivere il passato», Szakaly non è l’unico problema e non è l’unica fonte di scandalo. Anche i tentativi più o meno maldestri di riabilitare Horthy con statue e cerimonie in suo onore e i progetti per l’erezione di un controverso monumento in ricordo dell’occupazione tedesca dell’Ungheria in centro a Budapest rischiano di minare la credibilità del 2014 come “anno della memoria”.

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