14. 02. 2014
Il Piccolo
Stefano Giantin

Orban al voto senza rivali ipoteca il trionfo magiaro

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Anno di elezioni, il 2014. Anno di elezioni europee, di voto parlamentare anticipato in Serbia, di presidenziali in Macedonia, Romania e in Slovacchia. Ma soprattutto di turno elettorale in Ungheria, dove il 6 aprile si andrà alle urne per eleggere il nuovo Parlamento.

Ungheria dove, a quattro anni dal trionfo del 2010, il premier Orban e il suo partito, la Fidesz, già pregustano un’altra vittoria a man bassa. I sondaggi, anche se da prendere sempre con le pinze, sono infatti a senso unico e descrivono un elettorato ancora convinto della bontà della “ricetta” di governo di Orban e della Fidesz, un miscuglio di nazionalismo, populismo, con un pizzico di statalismo in economia, bacchettate alle banche estere e voce grossa contro le “potenze straniere”, in particolare europee, che mettono il becco negli affari interni ungheresi. Tra gli aventi diritto al voto che hanno già deciso di andare alle urne e scelto il cavallo su cui puntare, ha svelato nei giorni scorsi l’agenzia di sondaggi “Median”, il 52% ha già stabilito che metterà la croce su Fidesz-Mpsz (Unione civica ungherese), un +9% rispetto all’inizio dell’anno scorso. Il blocco dell’opposizione di centrosinistra, guidato dal giovane leader socialista Attila Mesterhazy, monopolizzato dal suo partito l’Mszp e rimpolpato da Egyuett2014-Pm, liberali e Coalizione Democratica, veleggia ma non supera il 30%, separato da Fidesz da un incolmabile abisso di venti punti. Terzo incomodo, come nel 2010, l’ultradestra di “Jobbik”, quotata al 14%. Per Orban potrebbe dunque essere di nuovo un quasi-plebiscito.

Ma attenzione. Non è tanto il populismo o la debole ripresa economica a far vincere l’“uomo forte” magiaro, quanto la «mancanza di alternative». Orban «non primeggia perché è molto popolare, né perché ha doti magiche, né per particolari abilità, ma perché neppure l’opposizione ha sufficiente credibilità e non ha trovato figure nuove, nuovi leader» che possano avere presa su quella parte della società che rimane alla finestra, quel 20-30% di «indecisi», spiega al Piccolo l’attento analista Istvan Hegedus. Poca presa sulla gente, suggerisce Hegedus, hanno anche le «critiche alle banche straniere» – più o meno velatamente accusate da Orban di aver approfittato della svolta post-1989 per “truffare” e impoverire i cittadini con i crediti in valuta straniera. Critiche che sono piuttosto un segno che «Orban e il suo governo vogliono avere maggiori margini di manovra, in ogni settore «economia inclusa», nascondendosi dietro la bandiera della «lotta per la libertà», per la «sovranità economica», per la creazione di un «nuovo equilibrio tra Est e Ovest». Ciò spiega, continua Hegedus, l’«atteggiamento amichevole verso regimi dell’Estremo Oriente» del premier, i contestati – da ambientalisti e opposizione – accordi con la Russia per il potenziamento dell’obsoleta centrale nucleare di Paks, la visita di questi giorni in Cina, gli auguri inviati a Teheran per l’anniversario della Rivoluzione.

E non è neppure la tanto pubblicizzata, dal governo, ripresa economica magiara ad aver convinto gli elettori a scegliere ancora Orban, perché «non penso che la gente potrebbe dire ora di stare meglio dell’anno scorso o di due anni fa», chiosa Hegedus. Ma una mossa azzeccata Orban sicuramente l’ha fatta. Tagliare del 20% le bollette della luce e promettere di fare lo stesso sul gas. Tagli e promesse che, dopo la “Grande crisi” e in attesa di un timido rilancio, seducono naturalmente l’elettorato, a qualunque latitudine.

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