
Szegedi al Parlamento europeo
Una parente scomoda, una vergogna da nascondere. Le richieste di dimissioni da parte dei leader del partito che lui stesso aveva contribuito a portare al successo. E una carriera da nazionalista duro e puro bruciata per aver tentato in tutti i modi di occultare le proprie origini ebree.
Sono stati mesi duri quelli estivi – e il futuro si prospetta ancora più cupo -, per Csanad Szegedi, fra i più influenti membri di Jobbik, partito di estrema destra ungherese, 17 per cento alle ultime elezioni politiche. Szegedi che sta facendo discutere l’Ungheria e che ha riportato Budapest sotto la lente dei media internazionali, quelli israeliani in testa.
Eurodeputato di Jobbik, Szegedi ha fatto strada sfruttando le pulsioni più primitive del suo elettorato. In Ungheria esiste un problema con la minoranza rom? Perché non pensare allora ad allestire dei campi di “rieducazione”, per tentare di redimere i problematici nomadi. «Nessun dubbio che ci sarebbero alcune persone che non ne uscirebbero migliorate. Queste allora dovranno trascorrere tutta la loro vita nei campi», dichiarava Szegedi un paio di anni fa. «I nostri soldi vengono usati per favorire la riproduzione dei rom», un’altra delle sue uscite provocatorie. Rom e la criminalità da loro foraggiata che non sono altro che «un’arma biologica nelle mani dei sionisti», alzava il tiro un suo ex collega antisemita di Jobbik, Jozsef Biber.
Toni e discorsi ben accolti dai simpatizzanti di Jobbik e che non potevano di certo far presagire la disfatta di Szegedi, iniziata a fine giugno, culminata questa settimana. Prima le rivelazioni a un settimanale magiaro. A cui Szegedi ha confessato «di aver scoperto da poco» che sua nonna era un’ebrea, sopravvissuta ad Auschwitz. Ci vorrà del tempo, ha aggiunto, «per digerire» la cattiva novella, ma l’importante non è sapere «chi è di puro sangue ungherese, importante è comportarsi da ungherese». Poi, nel week-end, la botta finale. Una registrazione audio del 2010 – che l’eurodeputato continua a definire un falso –, che proverebbe il tentativo di Szegedi di corrompere uno sconosciuto, ben informato del “problema” del politico di Jobbik e forse membro dello stesso partito, per impedirgli di rivelare tutto alla stampa.
«Jobbik è un partito evidentemente antisemita, ma la ragione principale dell’allontanamento di Szegedi non sono solo le sue origini ebraiche – è stato eletto presidente della contea di Borsod dopo le rivelazioni –, ma il fatto che sia stato sconfitto dai suoi rivali politici all’interno del partito, che hanno diffuso una cassetta audio» dalla quale si intuisce il tentativo di scambio di fondi europei in cambio del silenzio, suggerisce Peter Kreko, direttore del think tank magiaro Political Capital. «Al momento il conflitto interno a Jobbik sembra in escalation, il partito potrebbe perdere voti per colpa di questo scandalo», aggiunge l’analista. Uno scandalo da soffocare subito, con l’epurazione.
«Con effetto immediato, abbandono tutte le cariche e le mie funzioni in Jobbik», ha scritto Szegedi in una nota diffusa alla stampa. Lo ha fatto «per prevenire nuovi attacchi» contro il suo ormai ex partito «da parte di forze nemiche». Si prenderà una pausa «dalle attività politiche nazionali e continuerò solo a lavorare come membro del Parlamento europeo». Poi, il suo testamento politico. Malgrado la «campagna di calunnie», «vi chiedo di ricordarmi come una persona che ha diligentemente lavorato per la causa nazionalista», come «fondatore della Guardia ungherese», unità paramilitari che pattugliavano i villaggi ungheresi terrorizzando i rom. A Jobbik però non basta. Il movimento vuole che Szegedi lasci anche la poltrona di europarlamentare. Lui ancora nicchia, aspetta la fine della pausa estiva del Parlamento Ue. Ma la sua colpa deve essere espiata. Che sia quella della corruzione o quella, forse più grave, di essere di origine ebrea.
Antisemitismo alle stelle
Secondo l’“International Religious Freedom Report”, pubblicato lunedì dal Dipartimento di Stato americano, Jobbik rimane fonte di forte apprensione per il futuro dell’Ungheria. «I radicali nazionalisti continuano ad aumentare di numero» e a utilizzare «una retorica antisemita», si legge nel rapporto. Una retorica che istiga membri e simpatizzanti di Jobbik, mette in guardia Washington, a parlare di «guerra tra razze», mentre i media vicini al movimento non esitano «a pubblicare articoli antisemiti», malgrado le sempre più severe misure di controllo del governo. E il problema non sembra essere più circoscritto solo all’ultradestra. Un sondaggio effettuato a febbraio dall’Anti-Defamation League ha rivelato che tre su quattro stereotipi sugli ebrei – «hanno troppo potere nel mondo dell’economia e della finanza», «parlano troppo di quanto accaduto loro durante l’Olocausto», «sono più leali verso Israele che nei confronti di questo Paese» -, sono condivisi dal 63% della popolazione, contro il 10% dell’Olanda, il 21% della Germania, il 24% della Francia e il 35% dell’Italia.
