23. 05. 2009
Panorama
Stefano Giantin
Anna Jannello, Giovanni Porzio e Franca Roiatti. Hanno collaborato: Anna Maria Angelone, Gian Antonio Orighi, Walter Rauhe, Stefano Giantin

Immigrati: Tutti a casa (forse)

Immigrati in un CPT (foto: Panorama)

Immigrati in un CPT (foto: Panorama)

Cinquemila euro sono una fortuna in Ghana. E alla fine Emmanuel Adjei, 24 anni, ex studente di agronomia, rinchiuso da un anno nel centro di detenzione per gli immigrati illegali di Safi, sull’isola di Malta, ha deciso di accettarli. «Sono stufo di rischiare la pelle sui barconi, di nascondermi, di campare di espedienti. Non voglio più vivere da clandestino». Emmanuel ha aderito al programma di rimpatrio volontario varato lo scorso anno dal governo della Valletta con i contributi dell’Unione Europea. Il bonus in contanti è sufficiente per acquistare il biglietto aereo e avviare una piccola attività commerciale.

Ma sono ancora in pochi a compilare il formulario del ministero dell’Interno che dà diritto alla somma di denaro. «Che me ne faccio di quei soldi?» dice Gebre Araya, arrivato dall’Eritrea dopo sei mesi di viaggio attraverso Sudan e Libia. «Ero un soldato, se torno all’Asmara mi arrestano. Poi ho una famiglia numerosa da mantenere. Voglio un lavoro e un posto dove fare crescere i miei figli».
Però nell’Europa in recessione le opportunità di lavoro sono sempre più scarse. Milioni di emigranti, regolari e non, ingrossano un esercito di disoccupati la cui alternativa all’impiego sempre più precario sembrerebbe una sola: il ritorno a casa. Su questo hanno fatto leva i governi di Madrid, Praga e Tokyo lanciando programmi di sovvenzione dei rimpatri. Con risultati piuttosto controversi.

Il premier spagnolo José Luis Rodríguez Zapatero ha proposto lo scorso anno agli extracomunitari che perdevano il lavoro di incassare in anticipo il sussidio di disoccupazione purché accettassero di tornare a casa senza fare rientro in Spagna per almeno tre anni. Ora che la crisi si è fatta pesantissima, con un pil in forte caduta (-2,9 per cento nei primi 3 mesi del 2009), e i disoccupati hanno raggiunto quota 4 milioni, di cui il 28,4 per cento immigrati, il governo di Madrid rilancia. Estendendo l’offerta anche ai romeni e probabilmente ai bulgari. L’obiettivo principale di Zapatero è di rimandare in America Latina e Nord Africa almeno 500 mila persone, tuttavia nei primi 5 mesi dall’avvio del programma soltanto 4.617 ne hanno approfittato. E pare destinata a ottenere scarsi risultati anche l’iniziativa che riguarda i 718 mila romeni, dei quali 70.912 senza lavoro.

Stesse difficoltà a Praga, dove il governo ha previsto di concedere un biglietto aereo di sola andata, un bonus di 500 euro e un alloggio gratuito fino alla partenza agli immigrati che lasciano la Repubblica Ceca. Dal 16 febbraio circa 1.500 persone hanno accettato l’offerta, in maggioranza provenienti dalla Mongolia e dall’Uzbekistan. L’obiettivo sarebbe di rimandare a casa 12 mila dei circa 360 mila stranieri e, soprattutto, di convincere i vietnamiti a rimpatriare. Pochissimi di loro hanno accettato.

«Il problema è che molti si sono indebitati fino al collo per arrivare in Europa e non vogliono tornare a casa fino a quando non abbiano ripagato tutti i debiti» chiarisce Tereza Rejskova del centro studi Migration online di Praga. Un vietnamita arriva a sborsare 10 mila euro per un viaggio che può durare mesi. Per questo 500 euro non sono una cifra allettante, nonostante il rischio di andare incontro all’espulsione. «Chi ha famiglia, è inserito da lungo tempo nel paese e può accedere a un minimo di assistenza sociale non se ne va facilmente. Soprattutto fino a quando le mogli o le madri che fanno le badanti, le domestiche o le baby-sitter conserveranno il posto» commenta Anna Triandafyllidou, ricercatrice al centro Eliamep di Atene, capofila di Clandestino, progetto europeo di studi sull’immigrazione irregolare. «Piuttosto, la crisi spingerà molti più stranieri ad accettare lavoro sottopagato. Nelle campagne greche ci sono già esempi di pachistani disposti a lavorare per 25 euro al giorno anziché 55, come prevede il contratto».

Nei primi tre mesi del 2009 è triplicato il numero di immigrati che in Irlanda e Portogallo si sono rivolti all’Organizzazione internazionale della migrazione (Oim) per un rimpatrio assistito, secondo progetti che prevedono aiuti per avviare un’attività nel paese d’origine. Piuttosto incerti invece i dati sul controesodo del milione di europei orientali arrivati in Gran Bretagna dopo l’allargamento della Ue nel 2004. Solo qualche mese fa si prevedeva che la metà di loro, in maggioranza polacchi, avrebbero lasciato fabbriche e cantieri d’oltremanica per tornare a casa. Ma così non è: «Ci sarà un decremento al massimo del 10-15 per cento» prevede Franck Düvell del Centre on migration, policy and society di Oxford. «Molti restano, altri decidono di trasferirsi in Germania per lavorare in nero».

A poco sembrano servire le conferenze che vari sindaci polacchi tengono in Gran Bretagna per convincere i compatrioti a tornare, prospettando migliori opportunità. A Krzystof Kubacki, licenziato dalla J.P. Morgan, è andata bene: ha trovato posto nella seconda banca polacca e con The Telegraph commenta: «Londra non è più il posto migliore dove stare. È il momento giusto per tornare a casa». Molti, però, continuano a preferire il Regno Unito, sebbene il governo abbia reso più difficile per i disoccupati stranieri ottenere sussidi. Risultato: la competizione anche per i lavori malpagati s’è fatta più dura.

In Francia si ragiona per obiettivi e quello fissato per il 2008 (26 mila espulsioni di irregolari) è stato addirittura superato. Gli allontanamenti sono stati 29.796, di cui 10.072 ritorni volontari. «Una progressione spettacolare» l’ha definita l’ex ministro dell’Immigrazione Brice Hortefeux, fedelissimo di Nicolas Sarkozy, ora al dicastero del Lavoro, incassando le critiche di Thomas Hammarberg. Il commissario ai diritti umani del Consiglio d’Europa, ha accusato di arbitrarietà le amministrazioni «costrette ad applicare la legge in modo meccanico, senza tenere conto delle situazioni personali».

L’Ofii, Office français de l’immigration et de l’intégration, ha programmi di sostegno in 32 paesi, soprattutto africani. Oltre al viaggio di ritorno e all’assistenza per i documenti, offre una somma di 7 mila euro per intraprendere un’attività nel paese d’origine. Abdoulaye Diouf, senegalese, è così rientrato a Dakar dopo 6 anni, ha acquistato una ventina di macchine per la tessitura e ha creato un’azienda di confezioni che dà lavoro a otto persone. Youssouf Diallo, originario del Mali, stanco di lavori precari in Francia, con quei soldi ha aperto un chiosco di bibite.

È finanziato dall’Italia e dalla Commissione europea il progetto di ritorno assistito dello Iom a Tripoli. «Dall’aprile 2006 a oggi abbiamo fornito assistenza e aiuto finanziario a oltre 3.500 aspiranti clandestini in Europa» riferisce il capomissione Laurence Hart. Non sempre tuttavia il rientro nel paese d’origine è un’esperienza a lieto fine. Secondo l’agenzia statistica di Sarajevo, per esempio, circa 4 mila bosniaci hanno già perso il posto nei paesi Ue o negli altri stati balcanici. Gente destinata a rientrare rischiando di peggiorare il bilancio della spesa pubblica e di provocare problemi sociali in un paese che deve fare i conti con un’alta disoccupazione, un gran numero di pensionati e le tante vittime di guerra che ricevono un sostegno pubblico.

Problemi in parte assimilabili a quelli dei villaggi indiani del Kerala, che assistono al rientro delle migliaia di pescatori e contadini diventati manovali nei cantieri ora fermi di Dubai, o a quelli dei tagiki cacciati da Mosca, dove la crisi economica ha riacceso l’odio razziale.

Oltre il 50 per cento del pil del Tagikistan è frutto delle rimesse degli emigrati, un calo anche minimo può avere conseguenze profonde. «Nel 2009 assisteremo a una diminuzione di circa il 5 per cento nel totale delle rimesse verso i paesi in via di sviluppo» chiarisce Dilip Ratha, esperto della Banca mondiale. «Verranno a mancare i soldi per istruire e curare i bambini, con effetti pesanti sulla capacità di crescita futura degli stati più fragili».

Se a questo si sommano le previsioni negative sull’economia africana, si capisce perché Ratha sostiene che la recessione difficilmente fermerà gli emigranti. «I flussi per quest’anno rallenteranno. Partiranno meno persone, ma continueranno a partire. E soprattutto in molti continueranno a restare nei paesi ricchi».

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