10. 02. 2012
Il Piccolo
Stefano Giantin

Danubio “chiuso” per gelo Centrali fluviali a rischio

BELGRADO La lotta contro la neve e il ghiaccio si sposta sul delicato campo dell’energia. I Balcani, Serbia in testa, non vedono all’orizzonte una tregua nell’ondata di gelo siberiano che da giorni sta investendo la regione. E il freddo a dir poco sempre più pungente – ieri la giornata con le minime più basse dell’anno, con -16 a Belgrado e -27 a Novi Sad, dov’è saltato il sistema di riscaldamento cittadino – sta mettendo a rischio anche le forniture di elettricità. Portando le autorità a prefigurare il «rischio collasso» del sistema energetico.

«Cosa sta succedendo? Il problema maggiore è il Danubio. Tra la Croazia e la Romania, dal 60 al 90% della sua superficie è ghiacciata. I blocchi di ghiaccio, alcuni spessi fino a 40 centimetri, hanno obbligato le autorità di Croazia, Serbia, Romania e Bulgaria a vietare la navigazione fluviale sul grande fiume – 2.860 chilometri e dieci Paesi europei attraversati – mentre limitazioni si segnalano anche in Ungheria. In Bulgaria, almeno 200 imbarcazioni sono imprigionate dal ghiaccio. In Serbia, l’emergenza gelo è forse ancora più grave. Il viceministro di Agricoltura, Foreste e Acque, Milos Milovanovic, ha annunciato «che anche la Sava è gelata presso Belgrado» e che le navi non possono utilizzare neppure quella via d’acqua. «Nei prossimi 10 giorni faremo il possibile per rompere il ghiaccio», ha aggiunto, mentre altri funzionari hanno paventato l’uso degli esplosivi per permettere le comunicazioni fluviali e soprattutto per evitare potenziali disastrose esondazioni quando le temperature finalmente risaliranno.

Ma la questione chiave rimane l’elettricità. Se il gelo – come fanno sapere dal Servizio idrometeorologico serbo – continuerà fino alla fine di febbraio, anche le centrali idroelettriche alimentate dai fiumi, come pure quelle a carbone, potrebbero entrare presto in crisi. Martedì la Elektroprivreda Srbije (Eps), l’Enel locale, aveva chiesto ai clienti «un uso razionale» della corrente. Uso «che aumenta giorno dopo giorno», obbligando a «importare il 10% dell’energia». «Malgrado gli sforzi per mantenere stabili le forniture», aveva aggiunto Eps, se i consumi non fossero calati ci sarebbero stati i primi seri black-out. E ieri la conferma: la flessione non c’è stata, anzi. In 24 ore la domanda è salita proprio del 10%, rendendo «critiche» le condizioni del sistema elettrico. Messo a dura prova anche dalle temperature inferiori ai -30 nella miniera di carbone di Kolubara, che rifornisce il più importante impianto termoelettrico del Paese. Inattuabile scegliere la via dell’incremento delle importazioni «a causa delle difficoltà nell’intera regione» e dell’impossibilità di «trasportare grandi quantità di energia», ha spiegato Eps.

Via dunque ai tagli, per ora «limitati alle aziende non di vitale importanza», come richiesto dal governo di Belgrado. Le prime “vittime”, 2mila industrie, passo preliminare alle restrizioni alle utenze domestiche. Che avrebbero conseguenze drammatiche, poiché oltre all’elettricità salterebbe in vari aree anche il riscaldamento. Ma la prospettiva assume contorni sempre più realistici. Preoccupa soprattutto la diga-centrale idroelettrica di Djerdap, sul Danubio, al confine tra Romania e Serbia. Malgrado l’azione continua di due rompighiaccio, la diga è assediata dal ghiaccio e il lavoro delle turbine potrebbe essere presto ridotto. Contribuendo al collasso del sistema.

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