BUDAPEST Estrema destra sugli scudi e bassissima affluenza ai seggi. Sono lontani i tempi in cui l’Europa orientale festeggiava l’ingresso nell’Unione Europea. Molti cittadini dei Paesi “ultimi arrivati” nell’Unione – soprattutto in Ungheria, Romania, Bulgaria e perfino in Slovenia – hanno voltato le spalle ai governi in carica e a Bruxelles, con un voto che descrive paura per il futuro e sempre più esigue speranze di uscire indenni dalla crisi economica. Poche le conferme per le compagini di governo. In Romania i due partiti della coalizione al potere, socialdemocratici e democratici liberali, mantengono quasi inalterate le proprie posizioni. Consenso stabile per i premier in carica anche in Slovacchia e Polonia, ma nel resto dell’Est vincono le opposizioni e avanzano i partiti di destra e l’astensionismo.
È l’Ungheria il Paese dove la recessione economica si è trasformata con più rapidità e virulenza in crisi politica. Dopo la rovinosa caduta dell’inadeguato governo di Ferenc Gyurcsany, i socialisti, che sostengono anche il nuovo premier Bajnai, hanno ottenuto un misero 17,3% alle Europee. Il più grande partito di opposizione di centro-destra, la Fidesz, ha stravinto con un sonoro 56,3%. «Siamo molto orgogliosi di questo risultato, il migliore di sempre in Ungheria e in Europa. Il partito socialista è sotto di 40 punti. Se il governo rispettasse gli standard europei, si dimetterebbe subito», dice Laszlo Surjan, europarlamentare della Fidesz. È tuttavia il risultato dell’estrema destra ungherese, rappresentata dal partito Jobbik, a sgomentare. Jobbik, 14,7% alle elezioni e tre eurodeputati, ha fondato il suo successo sulle paure viscerali dei cittadini, angosciati dalla crisi economica che sta facendo vacillare la stabilità del Paese. Chiudono le fabbriche, i creditori si riappropriano d’auto e case pagate con mutui ormai inesigibili e la gente si rifugia nel più becero populismo. Xenofobia e attacchi alla minoranza rom, accusata di tendenze criminali e assistenzialismo, sono tra i punti di forza del partito guidato da Gabor Vona. «Siamo sempre molto preoccupati quando un partito con un programma orientato contro rom e stranieri ottiene un successo di tale portata», afferma Robert Kushen dello European Roma Rights Centre, ong specializzata nella difesa dei diritti dei rom. «Non penso che chi ha scelto Jobbik sia razzista. La gente è delusa dal governo e ha votato così per protesta. Perfino tanti socialisti hanno optato per la destra. Allo stesso tempo, si percepisce un sentimento di crescente intolleranza, soprattutto verso i rom», spiega l’analista politico Zoltan Gyevai.
A Jobbik fa riferimento la milizia paramilitare Magyar gàrda. Indossate le uniformi nere, i “gardisti” pattugliano le città più piccole e le campagne e sfilano – nonostante i divieti – inneggiando a un’Ungheria ripulita da stranieri e zingari e a Miklos Horthy, reggente filonazista che schierò il Paese a fianco della Germania di Hitler. «Non abbiamo prove che i recenti assalti contro i rom siano stati compiuti dalla Guardia, ma abbiamo chiesto al governo di investigare e non lo ha fatto, creando così un clima d’impunità», spiega Kushen. Il timore è che la vittoria elettorale di Jobbik dia il la a una feroce campagna xenofoba. «L’Ungheria agli ungheresi», ha promesso ai suoi sostenitori il leader di Jobbik, Gabor Vona, dopo il successo europeo della capolista del partito, Krisztina Morvai.
A Bruxelles, Morvai incontrerà dei degni compagni. Come i tre deputati del partito Grande Romania, ultranazionalisti, populisti e antisemiti, ma anche antiungheresi, per la gioia di Jobbik. Hanno ottenuto quasi il 9% alle consultazioni europee. Il loro leader, Corneliu Vadim Tudor, è stato più volte denunciato come un pericolo per la democrazia dalle organizzazioni che difendono i diritti umani. In Romania il dato più significativo è però quello dell’astensionismo. Ha votato meno del 30% degli aventi diritto. «Con un’affluenza maggiore, Vadim Tudor non avrebbe ottenuto così tanti seggi», spiega il politologo Cristian Pirvulescu. «Se però la crisi economica dovesse peggiorare, mi aspetto che Grande Romania diventi uno dei partiti più forti. Questo è il pericolo maggiore», prevede l’analista.
In Bulgaria, oltre alla bruciante sconfitta del partito socialista al governo, va registrata l’affermazione di Ataka, formazione nazionalista e xenofoba creata dal populista Volen Siderov nel 2006. Il suo successo – 12% e due seggi – nasce da una TV privata che ospitava uno show politico di dieci minuti giornalieri condotto dall’allora giornalista Siderov. In quello spazio, il futuro leader politico attaccava ebrei, omosessuali e stranieri. Siderov ha anche fondato un giornale che porta lo stesso nome del partito. Ogni giorno riferisce notizie di crimini compiuti da rom contro cittadini bulgari e pontifica sul pericolo turco e su piani per la costruzione di nuove moschee. Sono discorsi che oggi hanno successo, interiorizzati come sono da una quota sempre più ampia dell’elettorato. E non solo in Bulgaria.
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