ZAGABRIA I fondamentali dell’economia che saltano, la speranza di una rapida soluzione della disputa confinaria con la Slovenia. La Croazia s’interroga su quanto sia ancora lunga la strada per entrare in Europa, tra recessione incombente, instabilità politica e un autunno caldo che si avvicina.
Con l’economia al palo – il Pil di Zagabria scenderà quest’anno del 5% – i croati confidano che almeno con Lubiana si arrivi presto a un accordo sulla questione del confine marittimo, causa del veto sloveno ai colloqui d’adesione Croazia-Ue. Il caso divide i due Paesi fin dal 1991, l’anno dell’indipendenza. Esiste finalmente un «piano approssimativo» per risolvere il braccio di ferro, ha annunciato il premier sloveno Pahor dopo un summit bilaterale il 30 luglio. «Abbiamo tracciato una strada che va seguita», gli ha fatto eco il nuovo primo ministro croato, Jadranka Kosor. Secondo l’ex diplomatico sloveno Peter Tos, la soluzione sarà un controllo “in condominio” della baia di Pirano tra Slovenia e Croazia. L’accordo potrebbe essere siglato entro la fine dell’anno, anche «perché la gente di entrambi i Paesi è stanca di questa disputa», ha aggiunto Tos in un’intervista al quotidiano sloveno Dnevnik. E stanca è anche Bruxelles. La nuova presidenza svedese dell’Ue ha fatto subito capire di non volersi più immischiare nella querelle. «Ora tocca ai Paesi interessati trovare una soluzione», ha detto il presidente della Commissione, Barroso.
Se la Slovenia toglierà il veto ai negoziati tra Bruxelles e la Croazia – che si sarebbero dovuti concludere entro quest’anno – Zagabria potrà ancora sperare di mantenere la promessa fatta nel 2007 dall’ex premier Sanader: portare il Paese in Europa entro il 2011, magari assieme all’Islanda post-bancarotta, «il primo Stato a riconoscere l’indipendenza croata nel 1991», come ha ricordato Kosor.
Il problema è che non siamo più nel 2007, anno di boom economico ed entusiasmi europeistici a Zagabria. La crisi economica non dà tregua. La gente è preoccupata e perfino l’ingresso nella Nato, primo passo verso la totale integrazione europea, è passato in sordina. Sul fronte economico, il rapporto deficit/Pil sarà del 4,5% nel 2009 e del 5% nel 2010. Gli investimenti esteri sono crollati del 42% nel primo trimestre del 2009. La produzione nell’industria manifatturiera, da cui trae i mezzi di sostentamento il 90% dei salariati croati, ha toccato un -12,1% da gennaio. Crollo anche della domanda interna: il commercio al dettaglio ha segnato un -17%. Per coprire il buco di 2 miliardi di euro nel budget statale, evitando di chiedere aiuto all’Fmi, il governo ha dovuto far stringere la cinghia ai cittadini, prelevando una tantum da stipendi e pensioni, aumentando l’IVA e applicando una tassa sul lusso per «riuscire ad arrivare al 2010 in piedi», secondo le parole di Kosor. Il rischio maggiore è che in piedi si alzino anche i sindacati, pronti a scendere in piazza a settembre. «Per i tagli, il governo usa l’ascia invece dello scalpello», ha accusato il presidente dei sindacati indipendenti, Kresimir Sever.
Riportare i conti in ordine è prioritario per Zagabria per diventare membro dell’Unione. Ma non sono solo l’economia e il contenzioso con la Slovenia a frenare il percorso di Zagabria verso l’Ue. L’ultimo rapporto della Commissione Europea sul processo di adesione croato, datato novembre 2008, sottolinea come Zagabria poco abbia fatto per riformare l’inefficiente sistema giudiziario, non si sia impegnata abbastanza a combattere il crimine organizzato e la diffusa corruzione e abbia mancato l’obiettivo del risanamento del settore cantieristico, che sta in piedi solo grazie ai sussidi pubblici e dà lavoro a 17.000 operai. Non solo: la cooperazione con il Tribunale penale internazionale dell’Aia non è ancora completa. Zagabria deve consegnare i diari segreti del generale Ante Gotovina, sotto processo per i crimini contro i serbi della Krajina. Sono spariti, si giustifica la Croazia, ma il Tribunale non ci crede. Bisogna trovarli, anche per non lasciare l’Islanda da sola a festeggiare, nel 2011.
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