12. 05. 2009
Il Piccolo
Stefano Giantin

Ungheria, rischi di bancarotta. Precipita il Pil

BUDAPEST I genitori perdono il lavoro, si riducono gli assegni familiari e i figli finiscono in affidamento. In Ungheria, la crisi economica sta facendo aumentare del 30% il numero dei bambini dati in custodia ai servizi sociali. Secondo Miklos Radoszav, direttore del servizio di tutela dell’infanzia a Budapest, la situazione potrebbe peggiorare nel corso del 2009.

L’Ungheria sta affrontando la peggiore recessione degli ultimi vent’anni. Dopo le dimissioni di Ferenc Gyurcsany, l’impopolare primo ministro socialista che ha portato il Paese sull’orlo della bancarotta, le speranze di Budapest sono affidate a Gordon Bajnai, il nuovo premier nominato a fine aprile e sostenuto da socialisti e liberali. Uomo d’affari ed ex ministro dell’Economia, Bajnai promette di “riportare l’Ungheria in condizioni migliori”. Per farlo dovrà tagliare il generoso welfare di Budapest. “Gli ungheresi dovranno fare molti sacrifici”, ha dichiarato Bajnai al momento della nomina.

 “Il premier non può fidarsi neppure dei suoi alleati, il nuovo governo avrà vita breve”, avverte l’analista politico Zoltan Gyevai. “Dopo le prime misure d’austerità, i socialisti usciranno dal governo per evitare una disfatta politica alle prossime elezioni”.

La Fidesz, il più grande partito di opposizione, aspetta al varco il nuovo esecutivo. “Bajnai è parte del problema, non la soluzione”, sostiene Laszlo Surjan, parlamentare europeo della Fidesz. “Era una delle figure centrali nel governo Gyurcsany ed è uno dei responsabili di questa crisi, non il salvatore della patria”. Secondo i sondaggi, la pensa allo stesso modo il 70% degli ungheresi, propensi a votare per il centro-destra alle prossime elezioni politiche previste per il 2010. Solo un misero 18% appoggia il nuovo governo.

TAGLI DRACONIANI

Mentre il clima politico si fa rovente, Bajnai deve affrontare un quadro economico desolante. Il PIL ungherese si ridurrà del 6% nel 2009, la produzione industriale a febbraio è calata del 30% su base annua e il tasso di disoccupazione ha superato il 9%. I consumi delle famiglie  sono destinati a scendere del 3% nei prossimi mesi.

“Il fattore più grave è il crollo della produttività delle aziende”, afferma Istvan Hamecz, ex capo economista della Banca Nazionale d’Ungheria. “La colpa è del precedente governo”, sostiene Hamecz, “Gyurcsany ha fatto esplodere il  deficit pubblico e poi, per riportare l’Ungheria nei parametri di Maastricht, ha preferito alzare le tasse e colpire le imprese piuttosto che tagliare la spesa pubblica e i costi del sistema pensionistico”.

“La causa principale della crisi ungherese sono le pensioni”, conferma il demografo Robert Gal. “Gli occupati non riescono più a mantenere un esercito di 3 milioni di pensionati”. “Bajnai deve alzare l’età pensionabile, ora intorno ai 58 anni, ed eliminare le tredicesime ai pensionati”, conclude Gal.

C’è chi pensa che Bajnai sia l’uomo giusto per riformare l’Ungheria. “Il nuovo primo ministro è giovane, dinamico e deciso”, spiega Raffaella Tenconi, economista della banca d’investimenti Wood & Co. “Le misure draconiane promesse da Bajnai rallenteranno ancora la crescita, ma l’economia ungherese ha i mezzi per riprendersi sul lungo periodo”. Il rischio maggiore per Budapest è  che le agenzie di rating non diano però fiducia al nuovo governo. “Se ci fosse un nuovo downgrade sul debito estero dell’Ungheria, il fiorino si svaluterebbe ancora. Per gli ungheresi diventerebbe sempre più difficile pagare i mutui e le banche straniere potrebbero correre grossi rischi”, prevede l’economista Tenconi.

LE BANCHE

La svalutazione del fiorino preoccupa le banche occidentali attive a Budapest. Si calcola che il 60% dei crediti in Ungheria sia stato erogato in franchi svizzeri ed euro. Con la moneta locale deprezzata del 20%, diventa più difficile per aziende e privati rimborsare le rate mensili agli istituti di credito. Secondo la banca inglese HSBC, il 25% dei mutui ungheresi potrebbe diventare inesigibile nel 2009.

Per difendersi da ulteriori rischi futuri, le banche straniere – tra cui le italiane Intesa SanPaolo, Unicredit e Banco Popolare – hanno reso più rigide le condizioni per accedere agli strumenti di finanziamento sia per i privati, sia per le imprese. “Per quanto riguarda le aziende, è indubbio che ci sia un deterioramento della qualità del rischio del credito. Anche la nostra banca, come del resto tutto il settore finanziario, potrebbe avere delle ricadute negative”, conferma Paolo Spada, responsabile del settore corporate di Unicredit a Budapest. “È scontato un aumento del costo del rischio. In questo senso, la nostra politica di credito sarà più selettiva, senza però far mancare il sostegno alle aziende meritevoli”.

IMPRESE ITALIANE

Sul fronte dell’imprenditoria italiana si respira un’aria di moderato ottimismo. “L’Ungheria è un Paese che attrae gli investimenti e la presenza italiana è destinata ad aumentare”, afferma Alessandro Stricca, presidente della Camera di Commercio italiana per l’Ungheria. “Nessuna impresa italiana sta pensando di lasciare il Paese”, conferma Alessio Ponz de Leon, direttore dell’Istituto per il Commercio Estero a Budapest.

Dello stesso tenore è l’opinione di Marco Moroldo, amministratore della Autamarocchi di Trieste. La ditta di trasporti su ferro e gomma ha una ventina di dipendenti in Ungheria. “Gli ultimi mesi sono stati duri”, spiega Moroldo, “ma ad aprile c’è stata una ripresa dei volumi di traffico. Noi rimaniamo qui e continuiamo ad espanderci”.

Meno sereno è l’udinese Adriano Danelutti. “Sono in Ungheria dal 1993, mi occupo d’import-export di prodotti alimentari italiani”, racconta l’imprenditore. “Le vendite sono scese del 20% e parliamo di generi di prima necessità, quelli che dovrebbero soffrire di meno. La crisi si sente, mancano i soldi”. Danelutti vede nero per il futuro. “Sto considerando l’idea di smobilitare e tornare in Italia, ma in questo periodo di crisi è difficile perfino vendere l’azienda”. L’imprenditore friulano è scettico anche sulle capacità di ripresa dell’Ungheria. “Qui il 5% della popolazione è ricchissimo, il 95% è povero e non esiste la classe media. Cosa aspettarsi da un Paese in queste condizioni?”

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