BRATISLAVA Ancora lontana la fine della crisi in Slovacchia, ma l’economia dà segni di ripresa. Il Pil del secondo trimestre 2009 ha registrato un +2,2% rispetto al periodo gennaio-marzo (-11,4%), il miglior risultato in Europa. Il ministro delle Finanze, Jan Pociatek, non ha però ancora rivisto le previsioni di un -6% del Pil alla fine dell’anno e ha fatto balenare l’ipotesi di tagli alla spesa pubblica per colmare il deficit di bilancio senza aumentare le tasse.
Industria automobilistica in panne
Il problema slovacco è «la dipendenza dalle esportazioni e il massiccio orientamento dell’economia verso l’industria dell’auto», spiega il professor Vladimir Mlynarovic, direttore della Facoltà di Economia dell’Università di Bratislava. La produzione nel comparto auto ha segnato a giugno un -30,7% rispetto al 2008, in miglioramento dal -43% di maggio. La crisi si deve in gran parte ai modelli di lusso – Tuareg, Cayenne e Audi Q7 – oggi meno richiesti sul mercato. «Ci sono però aziende che producono auto di classe medio-bassa e che beneficeranno degli incentivi europei», puntualizza Radovan Durana, analista dell’Istituto per gli studi economici e sociali di Bratislava: «KIA e PSA Peugeot-Citroen sono competitive sul mercato europeo, hanno fabbriche nuove, efficienti e manodopera a basso costo».
Dalle statistiche emerge anche qualche dato positivo. Dopo sei mesi di caduta libera, il settore dell’informatica e quello degli strumenti ottici hanno registrato un +13% a giugno. Male invece le vendite al dettaglio, scese dell’11,7% da gennaio. Dall’adozione dell’Euro, molti slovacchi preferiscono fare shopping in Ungheria e Polonia, sfruttando la debolezza del fiorino e dello zloty. Non sarà comunque la domanda interna a far ripartire l’economia perché «i soli consumi non sono sufficienti a sostenere la crescita economica», sostiene Durana. Nel frattempo, aumenta la disoccupazione: si è saliti dall’11,3 di maggio all’11,7% di giugno. I giovani sono i più colpiti, il 25% è senza lavoro, ma per Durana la pace sociale non è a rischio «perché le finanze pubbliche sono sane e consentono al governo di aumentare gli ammortizzatori sociali».
In calo invece gli investimenti esteri: -50% tra 2007 e 2008, ma secondo Peter Ostrica della Sario, l’agenzia pubblica che facilita l’ingresso di imprenditori stranieri in Slovacchia, il dato è dovuto «all’incertezza della crisi globale. Più che di un calo si tratta di ritardi nell’implementazione finale dei progetti». E aggiunge: «le riforme degli ultimi anni hanno fatto della Slovacchia una delle destinazioni più interessanti per gli investitori stranieri».
Paese ideale per l’internazionalizzazione
«Dal 2001 la Slovacchia non attrae più chi è interessato al labour-intensive», spiega Mirco Ribis, presidente del Fogolar Furlan di Bratislava e dirigente della Tatra Banka, gruppo austriaco Raiffeisen International. «Oggi il Paese offre un’alta specializzazione dei lavoratori, flessibilità, aiuti di Stato per gli investitori stranieri, fondi strutturali europei e soprattutto una posizione logistica ideale, al centro della Nuova Europa e a sole cinque ore dal Fvg. È il luogo ideale per l’internazionalizzazione delle imprese friulane», sottolinea Ribis. Inoltre in Slovacchia si sta investendo in infrastrutture come «la rete autostradale, il raccordo di collegamento al Corridoio V e la centrale nucleare Enel di Mochovce che riporterà la Slovacchia all’indipendenza energetica nel 2013», conclude Ribis.
Non solo nucleare, ma anche «energie rinnovabili e meccatronica» sono settori da tenere sott’occhio, chiarisce Alessandro Villa, segretario generale della Camera di Commercio italo-slovacca. La Slovacchia è «un paese piccolo, vicino al Triveneto, con un sistema burocratico non complicato, leggi fiscali interessanti. E una cultura del lavoro importante: qui il nostro piccolo-medio imprenditore trova una controparte. Gli investitori italiani hanno poi un certo status, vuoi per la presenza di Enel nel nucleare o delle banche, da Unicredit a Intesa SanPaolo, vuoi per le decine di imprese che fanno forniture o subforniture all’industria automotive. Gli italiani sono apprezzati», sottolinea Villa.
Fra i più apprezzati c’è sicuramente la Brovedani di Pordenone, leader europeo nella meccanica di precisione per il settore auto, che ha scelto la Slovacchia «per la preparazione culturale e scolastica e la flessibilità sul fronte occupazionale», spiega l’amministratore delegato, Lorenzo Rumiz. La crisi si fa sentire con «una contrazione degli ordinativi del 35%, ma oggi c’è un’inversione di tendenza che ci fa ben sperare», afferma Rumiz.
«La Slovacchia attrae per la flat tax al 19% e per i contratti di lavoro poco restrittivi», conferma Luciano Rossi, consulente di Slovakia Group – assistenza integrata alle imprese italiane – e redattore del settimanale «Buongiorno Slovacchia», dedicato ai 700 italiani di Bratislava, «ma nel Paese sono diverse migliaia, in gran parte imprenditori».
Uno di questi è il triestino Marino Mersich, amministratore e socio della Vest, da 19 anni nel Paese e specializzato nel settore delle piastrelle e nelle costruzioni edili, «uno dei comparti più interessanti degli ultimi sei anni». «Nell’edilizia c’è stato un rallentamento», precisa Mersich, «ma l’ultimo è stato un periodo di forte crescita della Slovacchia. La grande richiesta ha generato profitti che hanno contribuito a gonfiare una bolla speculativa». Secondo Mersich, il settore immobiliare, anche dopo il rallentamento dei mesi scorsi, «è sano e anche se i margini di profitto si sono ridotti, gli imprenditori capaci porteranno a termine con successo i loro progetti. Oggi è il momento di investire a medio-lungo termine, anche perché i prezzi ora si sono normalizzati, in attesa della prevista crescita della domanda».


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