Rallenta il crollo del Pil russo – ma è comunque un -10,9% su base annua nel secondo trimestre 2009 – e insieme migliorano le previsioni del governo per il 2010. Per il premier Putin i segnali di una ripresa sono però «molto timidi» e appesi al valore del petrolio, il pilastro della ricchezza di Mosca.
Pil -8,5%
Il Pil nel 2010 crescerà di un +1,6% secondo le ultime previsioni del Ministero per lo Sviluppo economico, che però non corregge il drammatico dato di un -8,5% alla fine del 2009. La recessione si spiega con «il prosciugamento del credito e con la caduta dei prezzi del petrolio, un fattore molto penalizzante per l’economia russa, per gli investimenti e le entrate dello Stato. L’effetto domino positivo degli ultimi otto anni – dall’estrazione al manifatturiero – si è rovesciato», spiega Natalya Volchkova, economista al Centro per la ricerca economica e finanziaria (CEFIR), riferendosi alla fine dell’epoca d’oro degli alti prezzi delle materie prime e del credito facile.
«La dipendenza dagli idrocarburi è la ragione principale della debolezza economica e politica del Paese», puntualizza Volchkova: «la volatilità dei prezzi del greggio rende instabile l’economia e rischiosi gli investimenti. Il governo dovrebbe diversificare la struttura produttiva per rendere più fluido lo sviluppo economico e riprendere le riforme», accantonate negli anni del boom.
Anche senza un intervento coordinato del tandem Medvedev-Putin – il primo a favore del risanamento del bilancio, il secondo pro-stimoli fiscali, molto criticati dall’Fmi, ed entrambi possibili futuri avversari alle presidenziali del 2012 – la Russia sembra essere uscita dal periodo più buio della crisi. La produzione industriale ha registrato un -10,8% a luglio su base annua, con un +5% rispetto a giugno. Aumentano anche i volumi dei trasporti su ferro, mentre gli ammortizzatori sociali hanno frenato la flessione delle vendite al dettaglio: -3,8% da gennaio. Il rublo ha perso circa il 25% del suo valore in un anno, «ma un altro crollo non è imminente», spiega Oleg Zamulin, professore alla New Economic School. Le cose potrebbero però cambiare «se i prezzi del petrolio scendessero nei mesi prossimi e se ci dovesse essere una forte espansione della liquidità del sistema e un aumento dell’inflazione per le forti somme investite dal governo nelle misure anticrisi e per la spesa sociale».
Il problema del deficit di bilancio, dovuto alle robuste iniezioni di denaro nel sistema economico – al 9,4% quest’anno e al 7,5% nel 2010 – «sarà ampio nei prossimi anni, ma non causerà seri problemi macroeconomici», continua Zamulin. «Ci aspettano in ogni caso diversi anni di stagnazione o una crescita molto lenta verso i livelli del 2008», prevede l’economista. «Il governo sta passando da una «gestione manuale» della crisi a un approccio più strutturale, ma la recessione non ha ancora ripulito l’economia dalle industrie meno efficienti e migliorato la competitività del sistema. E molto, come già detto, dipenderà dai prezzi del petrolio», conclude Volchkova.
Un Paese su cui scommettere
Malgrado la crisi rimanga acuta, per l’imprenditoria straniera «le prospettive sono molto buone. Nell’ultimo decennio, la Russia è stato il mercato più dinamico per l’export italiano, il cui volume è aumentato di sei volte, fino a 10,5 miliardi di euro e che vale il totale di quelle verso la Cina e il Giappone messi assieme. E il 90% del nostro export è fatturato da Pmi», spiega Roberto Pelo, direttore dell’ufficio Ice di Mosca, che rileva come «interi comparti produttivi italiani – calzature, arredo-legno, abbigliamento, ma anche meccanica – hanno trovato in Russia un mercato che ne ha garantito sopravvivenza e sviluppo».
Un mercato «ancora importante e attivo. La Russia si riprenderà molto prima di altri Paesi, grazie agli elevati prezzi delle materie prime esportate. La tassazione sull’utile e sulle persone fisiche rimane tra le più basse e questo, per un imprenditore, è un vantaggio», sottolinea Antonio Piccoli, direttore di GIM-Unimpresa e capo rappresentanza della veneta Pavan S.p.A, leader negli impianti per l’ industria alimentare, dal 1990 in Russia. «Da giugno l’economia è ripartita, seppure lentamente, con modesti ma positivi incrementi del Pil. Il prossimo anno si prevede una crescita minima del 3%. Sulla Russia si può ancora scommettere», gli fa eco Pelo.
Ma oggi il panorama non è del tutto roseo. Gli alti dazi doganali mirati a ridurre le importazioni, ma anche «la distribuzione e certificazione dei prodotti e macchinari importati sono in cima alla lista dei problemi degli esportatori italiani», spiega Piccoli. «E altri fattori possono incidere negativamente sull’attività: i permessi di lavoro e i visti, la scarsa conoscenza di lingue straniere, la burocrazia, la corruzione ancora abbastanza diffusa – ma il governo sta lavorando per migliorare la situazione», chiarisce Piccoli.
E la Russia, rispetto ad altri in declino, ha ancora un buon bilanciamento fra problemi e «molteplici vantaggi. Il Paese ha un mercato assolutamente non saturo per la domanda di beni di consumo e strumentali, è lo Stato più esteso al mondo, con una popolazione in decrescita, ma con un potere d’acquisto in aumento, malgrado la crisi», afferma Luisella Lovecchio, membro del direttivo di IC&Partners e una ventennale esperienza nel Paese. Esportare il Made in Italy è un business da non sottovalutare, anche per le aziende del Triveneto, «che hanno compreso la strategicità e il potenziale della Russia», mentre «la produzione in loco è per le aziende più strutturate, perché lo sforzo organizzativo per entrare sul mercato russo non è semplice, soprattutto per le Pmi». Per il futuro, «c’è stato e ci sarà un ridimensionamento dell’economia e di un sistema bancario polverizzato e poco capitalizzato, ma anche dei patrimoni di alcuni magnati e speculatori locali. La bolla immobiliare si è in parte sgonfiata. Sarei tentata di dire che, per certi aspetti, va bene così: è stata fatta un po’ di pulizia».
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