12. 06. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Rischio debito sui conti: Slovenia nel mirino Ue

Lubiana di notte (foto: majamarko)

LUBIANA Un referendum cruciale sulla riforma delle pensioni, bocciato. Un esecutivo la cui credibilità, ha riferito il presidente Turk, «è stata fortemente compromessa dal voto». Il governatore della Banca centrale, Marko Kranjec, che non ha esitato a definire lo stato dei conti sloveni «a un passo da una situazione critica» per colpa del debito pubblico in aumento e del deficit di bilancio. Ma sta proprio così male, la piccola Slovenia?

Lubiana nel 2011 spera in una crescita del Pil del 2%, dopo l’1,2% del 2010 e la caduta libera del -8% nell’annus horribilis 2009. Un dato che, secondo l’Ocse, registra «problemi strutturali come la dipendenza dal credito e dal settore costruzioni». «Dopo il crollo del 2009, rispetto all’Eurozona l’economia si sta lentamente riprendendo perché dipende molto da un export meno orientato verso i Paesi trainanti, come i BRIC», chiarisce Velimir Bole, ricercatore all’Ekonomski Institut (Eipf) di Lubiana. Intanto, sale il debito pubblico (al 43% dal 38% del 2010), ma «la situazione dei conti è migliore di quella dell’Ue – aggiunge il ricercatore –l’unico serio problema fiscale è l’alto debito implicito dovuto alle pensioni, nodo che il referendum avrebbe dovuto sciogliere».

Il punto chiave per risolvere i problemi di Lubiana è proprio il welfare state, uno dei più generosi sistemi di garanzie sociali dell’Ue. In particolare, le pensioni rappresentano il tallone d’Achille che la Slovenia ha cercato invano di superare con il referendum che mirava ad alzare l’età pensionabile e l’anzianità contributiva. Il Paese spende ogni anno 1,3 miliardi di euro per coprire i buchi nel sistema pensionistico, «che va rivisto con urgenza», ha auspicato il presidente Ue, Van Rompuy. Perché?

«Il problema è comune a molti Paesi Ocse, ossia come rendere sostenibile e adeguato il sistema. Per la Slovenia, è abbastanza urgente farlo a causa dell’invecchiamento molto rapido della popolazione che avrà un impatto sulla spesa pubblica. Dal 10,1% del Pil nel 2010 al 18,6% nel 2060», spiega l’economista Anna D’Addio, fra i maggiori esperti di pensioni dell’Ocse. Se il Governatore ha parlato di situazione critica i motivi sono riconducibili anche «alla bassa età media di uscita dal mercato del lavoro, ai forti incentivi per andare precocemente in pensione e all’alto indice di povertà fra gli anziani – in media il 21%, 10 punti in più rispetto alla media della popolazione secondo dati Ue per il 2008. E anche il tasso di occupazione delle persone più anziane si colloca sotto la media Ue. La crisi ha esacerbato questi problemi. Se la Slovenia vorrà continuare a garantire pensioni adeguate, dovrà inevitabilmente operare dei cambiamenti», prosegue D’Addio. Ma gli sloveni non sembrano aver interiorizzato il problema.

Quali soluzioni dovranno venire ora dal governo? «Incoraggiare il risparmio e incentivare le persone a lavorare più a lungo. Se l’aspettativa di vita è maggiore, la gente dovrebbe sostenere almeno in parte i costi di una generazione che vive più delle precedenti. La questione è: avere meno benefici andando in pensione come oggi o lavorare più a lungo per mantenere gli attuali vantaggi? Per Paesi come la Slovenia – con spesa pensionistica pubblica elevata – ci sono ampi margini di manovra per dilatare la durata della vita lavorativa sia aumentando il periodo contributivo obbligatorio e innalzando l’età pensionabile (legandola per esempio alla speranza di vita), sia riducendo gli incentivi per il pensionamento anticipato». 1/continua

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