26. 02. 2009
Vreme (Serbia)
Stefano Giantin

Regno Unito, timori di povertà e miseria

Londra, chiudono i negozi (photo: Melita Dennett)

Londra, chiudono i negozi (photo: Melita Dennett)

“Il lavoro è nostro, tornatevene a casa”, urlano i lavoratori britannici all’indirizzo dei 300 operai italiani e portoghesi arrivati in Inghilterra per lavorare in una raffineria della compagnia TOTAL. La tensione aumenta, scioperi spontanei contro gli operai stranieri si diffondono in tutto il Paese minacciando di bloccarne i gangli vitali, centrali elettriche e fabbriche. “Vogliamo che Gordon Brown ci difenda – dicono i manifestanti – i posti di lavoro inglesi devono essere dati agli inglesi”. Gli scioperi della settimana scorsa in Gran Bretagna hanno mostrato come la crisi finanziaria e il ‘credit crunch’ si stiano trasformando in una pesantissima crisi dell’economia reale anche nei Paesi più ricchi.

Sul quinto Paese più industrializzato al mondo aleggia lo spettro della rabbia di chi rischia di perdere tutto, di una guerra tra i futuri nuovi poveri. “La gente sta realizzando l’enormità dei problemi economici”, afferma Jonathan Davis, consulente attivo da anni a Belgrado e profondo conoscitore delle dinamiche dell’economia globale. “Probabilmente vedremo esplodere il caos. Gli operai inglesi chiamano ‘crumiri’ i lavoratori stranieri, non li accettano anche se esiste la libera circolazione delle persone. Vogliono il protezionismo”.

Dal neoliberismo e dal consumismo più sfrenato alle richieste di protezionismo il passo è stato breve. “Per 15 anni l’economia inglese si è basata solo sulla vendita di mutui e sui servizi. A differenza della Germania, gli inglesi hanno abbandonato il settore manifatturiero e la produzione”, continua Davis. “Tutti hanno vissuto succhiando dalla mammella del credito – avvocati, agenti immobiliari, ma anche la gente comune. Ora quella mammella è vuota e c’è bisogno di una radicale ristrutturazione dell’economia”.

Tutto è iniziato, seppur in sordina, nel febbraio 2008 con la nazionalizzazione della prima banca inglese, la Northern Rock, annichilita da cattivi investimenti e da un’allegra gestione dei mutui. La vista dei clienti della banca in fila per cercare di salvare i propri risparmi aveva fatto presagire che ci fosse del marcio nella ‘City’. Pochi però immaginavano che il salvataggio della Northern Rock non avrebbe rappresentato la fine della crisi, ma solo l’inizio del discesa nel baratro della finanza e dell’economia inglese. A marzo 2009, il prezzo dell’oro sale oltre i 1.000 dollari all’oncia dopo che gli investitori iniziano a fuggire dalle borse mondiali. Peccato per la Gran Bretagna che Gordon Brown avesse venduto, contro l’opinione della Banca d’Inghilterra, gran parte delle riserve di oro del Paese tra il 1999 e il 2002, quando il metallo era ai suoi minimi storici. Ad aprile, nonostante i segnali non certo incoraggianti, il ministro delle Finanze Alistair Darling continua a prevedere una crescita del 2% nel 2008 e del 2,25% nel 2009. La sterlina intanto scende a 1,25 sull’euro, una caduta che continua fino a oggi, ma è a maggio che gli inglesi si rendono conto che il periodo delle vacche grasse è finito. L’inflazione sale al 3% a causa dell’aumento dei prezzi di cibo e benzina, mentre il valore degli immobili precipita a una velocità mai vista dalla recessione del 1991. Gli economisti intanto si preoccupano più del possibile boom dell’inflazione – improbabile nel 2009 – senza però pensare che tutti gli aumenti del prezzo del petrolio negli ultimi 50 anni sono stati collegati a una recessione. La situazione precipita a partire da giugno. Manca la liquidità, le banche rifiutano i mutui, non ci sono più compratori nel settore immobiliare. Al ritorno dalle vacanze, la gente si rende conto che la situazione è ormai fuori controllo quando le borse iniziano a crollare e i loro risparmi svaniscono. È quasi panico. Mentre la sterlina continua a perdere valore rispetto all’euro, l’economia di fatto si ferma. La disoccupazione cresce anche a causa dello stop totale nel settore delle costruzioni e della chiusura di aziende simbolo come Woolworths. Secondo l’analista della Banca d’Inghilterra, David Blanchflower, i disoccupati nel 2009 saranno oltre tre milioni. A gennaio è ufficiale: dopo 18 anni è di nuovo recessione. I più ottimisti prevedono che durerà per tre anni.

“Sapevamo che la crisi sarebbe arrivata, ma che sarebbe stata così massiccia e rapida”, ci spiega al telefono da Londra uno dei soci di una dei più autorevoli studi legali al mondo, specializzato in investimenti e acquisizioni internazionali. “Non avevo mai visto niente di simile”, racconta P.P, che ha preferito farsi citare solo con le iniziali.  Secondo certa stampa inglese, il paese è sull’orlo di un precipizio. “Stiamo rischiando l’umiliazione, che Londra diventi la Reykyavik sul Tamigi e che tutta la Gran Bretagna affondi”, scrive l’analista politico Iain Martin sul Telegraph. Alcuni media parlano di possibile bancarotta dello stato, evidenziando l’enorme deficit inglese e i debiti delle banche che lo stato vuole salvare. La Gran Bretagna ha il più esteso deficit strutturale fra tutti i Paesi industrializzati e un debito pubblico che sta andando fuori controllo. Nella migliore delle ipotesi, il paese vedrà una recessione seguita da iperinflazione a partire dal 2010, nella peggiore la bancarotta dello stato, incapace di trovare abbastanza liquidità per salvare gli istituti di credito.

“Le banche inglesi sono alle strette, non c’è dubbio”, continua P.P., “ma la speranza è che la nazionalizzazione serva a farle sopravvivere e che poi ritornino forti e che ripaghino i soldi investiti dal governo”. La paura è che il governo inglese non abbia più denaro per salvare le banche. La Gran Bretagna ha in cassa 61 miliardi di dollari, meno della Malaysia o della Tailandia, mentre il debito con l’estero accumulato dalle banche inglesi ammonta a 4,4 mila miliardi di dollari, più del doppio del PIL inglese. “Se alcune banche dovessero fallire sarebbe un segnale gravissimo per l’economia”, spiega P.P. “Il governo ha detto che non permetterà il collasso del sistema bancario. Spero che abbia i fondi per farlo al più presto”. Le banche sono il nervo più scoperto dell’economia mondiale e di quella inglese in particolare. Il governo inglese ha già acquistato quasi il 70% della Royal Bank of Scotland (RBS). RBS ha perso circa 8 miliardi di sterline solo nel 2008 in crediti non più riscattabili e cattivi investimenti. Si parla di future nazionalizzazioni anche di banche come Barclays.

Con il governo di Gordon Brown impegnato a salvare gli istituti di credito, saranno sempre meno le risorse statali che potranno essere destinate al contrasto della disoccupazione e al mantenimento della pace sociale. La paura è che la Gran Bretagna possa precipitare in un caos simile a quello che ha investito Lituania, Lettonia, Bulgaria e Grecia, dove la crisi economica e la mancanza di prospettive per il futuro ha scatenato violenze e saccheggi. “Quando la povertà dilaga e mancano gli investimenti pubblici, esplode la frustrazione”, spiega Jonathan Davis. “Anche nel periodo di boom più sfrenato”, afferma Davis, “l’Inghilterra ha dovuto investire enormi risorse in programmi sociali e anche nella propaganda per sopprimere le distorsioni economiche e i conflitti tra immigrati, etnie e classi”. “L’impatto politico della crisi sarà enorme, esploderà la rabbia”, prevede pessimisticamente il Telegraph. Perfino il Fondo Monetario Internazionale teme un’ondata di violenze causate dal rapido declino dello stile di vita degli europei. Il capo del Fondo, Dominique Strauss-Kahn, ha da poco dichiarato che l’Europa sarà investita da scioperi e manifestazioni e che “la situazione potrebbe peggiorare nei prossimi mesi”. Secondo Kahn, Francia, Regno Unito, Lituania, Ungheria, Ucraina, Bielorussia e l’intera Europa dell’Est saranno le aeree più a rischio.  Il 2009 sarà un anno più cupo del previsto.

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