17. 12. 2011
Il Piccolo
Stefano Giantin

Nuove monete in cantiere se collassa l’Eurozona

L’allarme questa volta arriva contemporaneamente da due fronti, entrambi non ascrivibili alla schiera dei complottardi o dei disfattisti. Il primo, il Wall Street Journal. In un articolo intitolato «Le banche si preparano alla vita dopo l’euro», il più diffuso quotidiano Usa ha lanciato il sasso. In gran segreto «alcune banche centrali europee stanno predisponendo dei piani per affrontare la possibilità di un’uscita dall’euro o di un collasso completo dell’Eurozona». Le fonti, scrive il WSJ, sono «persone che hanno familiarità con la materia».

Quali sono questi Paesi “previdenti”? In prima fila l’Irlanda, «la cui Banca centrale sta valutando se è necessario assicurarsi presse tipografiche aggiuntive per produrre in grandi quantità le banconote della rinata moneta nazionale». Dublino non sarebbe un caso unico. Fuori dalla zona euro, «numerose banche centrali starebbero considerando misure difensive in caso di collasso», mentre la Svizzera «sta ragionando su una moneta diversa dall’euro come punto di riferimento esterno (peg)» per il suo franco. Infine, in lista ci sono anche il Montenegro – che finora ha usato l’euro come moneta ufficiale – la Lituania, la Bosnia-Erzegovina (che usa il marco convertibile con un cambio fisso con l’euro), la Grecia.

Non solo: anche Londra sarebbe preoccupata perché un ritorno alle monete pre-euro «potrebbe inceppare le presse di Gateshead, che sono usate come stamperia di riserva dalla Banca d’Inghilterra, ma forniscono altresì banconote a molti Paesi dell’Eurozona». A conferma della criticità del momento, il WSJ cita un rapporto della multinazionale bancaria JP Morgan Chase e intitolato “Le dieci domande più comuni sulla frattura dell’Eurozona”. È questo il secondo fronte e merita una lettura attenta. «Le domande dei clienti sul collasso dell’euro sono aumentate esponenzialmente nell’ultimo mese», esordisce l’analisi, che poi va al cuore del problema.

Intanto, la prospettiva di un’implosione dell’Eurozona è ancora relativamente bassa: 10-20% di chance di un’uscita dei Paesi deboli, mentre un collasso generale si stima al 5%. Ma se il peggio dovesse accadere, «molti Paesi dovranno ripensare i loro regimi monetari», in particolare gli Stati che hanno un regime fisso con l’euro, come Svizzera, Danimarca, Lituania, Lettonia e Bulgaria. Tutto avverrebbe «nel giro di una notte», si ipotizza. «Con un decreto» che annuncia che la moneta ufficiale è passata dall’euro alla nuova divisa, «con un tasso di cambio dichiarato e tutti i contratti e i conti bancari rinominati». I mercati finanziari verrebbero chiusi – «forse per vari giorni» – per consentire la conversione. A conferma dell’intuizione del WSJ, il rapporto spiega che la “pausa bancaria” «permetterebbe di stampare banconote e coniare monete». Qualche beneficio dal collasso? «Per i Paesi della periferia» la svalutazione, fino al 50%, permetterebbe una ripresa delle esportazioni e una riduzione del costo del lavoro. Ma i costi a medio termine sarebbero salatissimi: alta inflazione o forse iperinflazione, spread alle stelle, default pubblici e privati, fuga di capitali, implosione del sistema dei pagamenti.

È giunto forse il tempo di pensare, anche nei Balcani citati dal WSJ, al “worst case scenario”? Secondo un esperto finanziario da anni nella regione, i Paesi dell’area devono decidere come valutare le loro monete in caso di collasso. «Se fossi un croato – spiega Michael Glazer – parcheggerei i miei euro in Germania, meglio in un’azienda che possiedo. In questo modo se l’euro salta avrei in mano il nuovo marco, che aumenterà di valore rispetto all’euro. Perché un’azienda tedesca? Per essere certi che non ci siano discriminazioni basate sulla nazionalità. Chi mantiene i propri conti in euro nelle banche domestiche potrebbe rimanere bloccato sulla valutazione che i governi daranno alla nuova moneta». Valutazione che «potrebbe essere molto sfavorevole, in particolare se gli esecutivi sono lungimiranti. Questi dovrebbero prevedere l’indebolimento delle valute nazionali, qualunque esse siano dopo il collasso, rendendo così i loro Paesi molto più competitivi. È ciò che serve, perché senza crescita avranno ancora problemi. A parte ciò, sarebbero potenzialmente in grado di chiedere aiuto all’Fmi per farsi finanziare almeno le loro obbligazioni».