26. 06. 2009
Il Piccolo
Stefano Giantin

Ma con il regime degli ayatollah gli affari volano

Teheran, monumento all'Impero persiano (foto: Simon_Chauvin)

Teheran, monumento all'Impero persiano (foto: Simon_Chauvin)

Non ci sarà alcuna delegazione iraniana al G8 di Trieste, ma le tensioni politiche non frenano i rapporti economici tra Roma e Teheran. «Dispiacere» per la pesante assenza del suo omologo iraniano è stato espresso dal ministro Frattini, che ha però aggiunto che a Trieste «difficilmente si sarebbe potuto far finta di niente», riferendosi alla sanguinosa repressione delle proteste popolari a Teheran.

Una posizione dura, quella di Frattini. E simile a quelle di Londra, Berlino e Washington. Peccato però che, mentre nel Palazzo della Regione a Trieste si discuterà di stabilizzazione regionale in Afghanistan e Pakistan, molti imprenditori inglesi, francesi, tedeschi, scandinavi e italiani continueranno – con il muto beneplacito dei loro governi – a fare ottimi affari con l’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, la «versione persiana di Hitler», come lo aveva definito l’ex premier israeliano Shimon Peres. Il caso più clamoroso è quello della joint-venture Nokia-Siemens. Finlandesi e tedeschi hanno fornito ad Ahmadinejad la tecnologia per intercettare le chiamate sui network di telefonia mobile iraniani, uno strumento che di certo sarà stato usato, con successo, nella brutale repressione delle proteste popolari.

A causa delle pretese nucleari di Teheran, alcuni Paesi europei avevano promesso, almeno sulla carta, di ridurre le esportazioni e l’esposizione bancaria in l’Iran già dal 2007, ma il business continua. I francesi sono presenti a Teheran con una linea di produzione Peugeot e con i supermercati Carrefour, i tedeschi soprattutto nel settore metallurgico. Nonostante l’embargo ONU iniziato nel 2006, l’interesse per l’Iran non è scemato. Anzi, le esportazioni UE verso l’Iran sono aumentate del 18% su base annua nei primi mesi del 2008. E l’Italia non sta a guardare. Le nostre esportazioni sono cresciute del 35% durante lo scorso anno e Teheran è diventato il secondo partner commerciale italiano nel Medio Oriente dopo l’Arabia Saudita. L’interscambio tra i due Paesi è stato di 2,3 miliardi di euro nei primi mesi del 2008, solo in piccolissima parte originato nella nostra regione, un’area con imprese poco appetibili sul mercato iraniano. L’Italia esporta soprattutto meccanica strumentale, prodotti chimici, fibre ed elettronica, ma anche abbigliamento e calzature verso il secondo Paese al mondo per riserve di gas naturale e il terzo per quelle di petrolio. Malgrado l’ingombrante presenza di Ahmadinejad e dei suoi sgherri.

«L’Iran è un mercato fantastico, ricorda l’Italia del boom economico. Ci sono settanta milioni d’abitanti che si stanno inurbando. Molti comprano la prima televisione e il primo frigorifero, l’automobile e la lavatrice», conferma l’ingegner Gianfranco Bergamaschi della Continental S.p.A. di Udine, società commerciale che vende impianti industriali orientati al settore elettromeccanico «in un territorio difficile come l’Iran». Alla domanda se gli imprenditori si pongano il problema di fare affari con Ahmadinejad – il governo controlla circa l’80% del sistema produttivo iraniano – Bergamaschi è chiaro: «Il problema non esiste. Gli affari sono affari e il governo è il governo. Se uno si limita a lavorare, non si accorge nemmeno di chi è al potere. In Iran ci sono fior fior di imprenditori, quadri dirigenti di qualità, aziende ben strutturate. È un Paese molto più normale di quello rappresentato sui giornali».

Più normale e in via di modernizzazione. Nonostante il regime repressivo, la maggior parte degli iraniani della capitale ha studiato, s’informa con le trasmissioni satellitari occidentali, ha interessi simili a quelli di un cittadino occidentale e ama gli stessi svaghi e divertimenti. I giovani, il 70% degli iraniani ha meno di 25 anni, non sono diversi da quelli che vivono nelle capitali europee. E la classe media – seppure ancora in fasce – si sta sviluppando. «Oggi Teheran è un enorme cantiere: alberghi, palazzi di lusso, e molte infrastrutture nuove di zecca. Va registrato anche il prossimo lancio nel Paese di nuove città satelliti. Gli investimenti vengono alimentati dai proventi del petrolio e delle altre materie prime che non trovano sbocco all’estero per le sanzioni in atto», sottolinea Andrea Giusberti, presidente di una società di servizi e consulenza alle imprese, la Compagnia Internazionale Servizi INSECO. Secondo Giusberti, le aziende italiane devono «coprire la nicchia, peraltro piuttosto ampia, dei prodotti d’eccellenza. Qui s’inserisce l’iniziativa di INSECO nel campo delle costruzioni, dell’architettura e dell’arredamento, con la presenza di Versace Casa e quella di Berloni Cucine».
Un altro comparto da tenere sott’occhio, dice Giusberti, è quello delle costruzioni, «governato degli iraniani, che spesso però subappaltano i lavori. Ad esempio l’hotel Hyatt, edificato dagli americani oltre vent’anni fa, oggi è in ristrutturazione. È un progetto enorme e vi lavorano, in subappalto, i cinesi, mentre un’impresa italiana ha fornito il sistema meccanico antisismico». Un settore su cui alcune aziende della nostra regione potrebbero sicuramente puntare, grazie al loro storico know-how tecnologico. (1/continua)

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