
Budapest, metro (foto: Glideric)
BELGRADO Un nuovo piano anti-crisi è stato presentato in tutta fretta ieri a Budapest. Obiettivo, riguadagnare la fiducia degli investitori persa dopo il tracollo di venerdì scorso del fiorino e l’effetto-domino sulle Borse europee scatenato da alcune avventate dichiarazioni del governo ungherese.
Gli uomini di Viktor Orban, il neo-insediato premier di centro-destra, avevano impiegato poche ore a riportare il Paese sotto la lente degli speculatori. «La situazione economica è grave, un default non va escluso», aveva dichiarato il portavoce del premier, Peter Szijjarto. «È possibile una crisi di stampo greco», aveva rincarato Lajos Kosa, sindaco di Debrecen e numero due della Fidesz, il partito di maggioranza. Subito dopo, l’immediato crac in Borsa, il crollo del fiorino e le prime smentite. I commenti del governo erano «fuorvianti» per il commissario Ue agli Affari economici e monetari, Olli Rehn, «sfortunate» per l’economista e segretario di Stato, Mihaly Varga. Troppo tardi. La tempesta sui mercati ancora ieri non si è calmata e la fiducia verso il paziente ungherese ha raggiunto i livelli più bassi dall’inizio della crisi.
Difficile oggi decidere chi abbia ragione, se UE e Fmi o gli uomini della Fidesz. Quello che è certo è che la situazione economica ungherese appare meno allarmante di quanto lo stesso governo di Budapest voglia far credere. «Non sono preoccupato, il governo continuerà nella sua rigida politica fiscale», spiega a Il Piccolo il professor Julius Horváth, decano della facoltà di economia della Central European University. Le imprudenti dichiarazioni di venerdì si devono forse alla «scarsa attenzione verso gli investitori e la stampa internazionale di alcuni membri poco influenti del partito di governo. Pensavano di parlare solo all’opinione pubblica ungherese», spiega Horváth. «La situazione macroeconomica è stabile Non abbiamo alcuna ragione per essere pessimisti», conclude il professore.
I numeri confortano l’opinione di Horvath e fanno pensare che il gabinetto Orban abbia cercato – in maniera maldestra e pericolosa – di preparare il terreno a nuovi tagli alla spesa sociale e alle pensioni, senza giocarsi la fiducia di un elettorato forse non del tutto sopraffatto dal virus del populismo. Secondo il governo, il deficit potrebbe toccare il 7,5% del Pil alla fine dell’anno, contro il 3,8% concordato con l’Fmi al momento dello stanziamento dei 20 miliardi di euro che, alla fine del 2008, avevano messo al riparo Budapest da un possibile default. Molto più realistica è la previsione della Banca Nazionale che prevede un meno cupo 4,5% di deficit/Pil. Intanto però gli investimenti (-6,4% nel primo trimestre 2010) e le vendite al dettaglio calano (-4%), mentre risale la disoccupazione. Il numero dei senza lavoro ha toccato l’11,8% ad aprile (+0,4%). Il debito pubblico al 79% del Pil rimane invece ancora sotto la media europea, mentre il prodotto interno lordo tornerà in positivo nel 2011, quando si attende una crescita del 2,8%.
Il piano anti-crisi presentato ieri va in ogni caso nella direzione richiesta dagli investitori internazionali. Il ministro dell’Economia, Gyorgy Matolcsi, ha assicurato un’ulteriore stretta alla spesa pubblica dell’1-1,5% del Pil per tornare a un rapporto deficit/Pil del 3,8% a fine 2010 e promesso basse aliquote sui redditi per rilanciare i consumi. Secondo Eszter Gargyan, economista di Citi a Budapest, «anche se mancano ancora i dettagli, il governo ha sottolineato oggi l’impegno a mantenere il deficit sotto controllo. Questa è la direzione giusta». E gli investitori, secondo Gargyan, possono stare tranquilli, «le dichiarazioni della settimana scorsa erano dirette all’elettorato interno che nutre molte aspettative verso il nuovo premier. Il governo stava cercando di allontanarsi dalle promesse elettorali populiste e di testare la flessibilità dell’Fmi e dei mercati in relazione al deficit. In ogni caso, Budapest ha già rimesso in sesto il bilancio fiscale e il rapporto debito/Pil si è stabilizzato. Ogni paragone tra Ungheria e Grecia è del tutto esagerato».

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