Da «tigre economica» a Paese sull’orlo del crack. È bastato un anno di crisi per far perdere gli artigli alla Lettonia e trasformarla, secondo il Nobel per l’economia, Paul Krugman, in una possibile «altra Argentina».
Crolla il Pil
Il Pil di Riga registrerà un -19% nel 2009. Gli ordinativi dell’industria sono scesi anche a luglio: -3,6% rispetto a giugno, uno dei cali più marcati dell’Ue. I consumi finali hanno segnato un -23% su base annua, l’export di beni un -19%, le importazioni -40%. I numeri indicano una «contrazione molto più profonda di quella attesa», come ha dichiarato Dominique Strauss-Kahn, direttore dell’Fmi che, con Bruxelles, ha salvato la Lettonia dalla rovina con un prestito di 7,5 miliardi di euro.
Le cose sono andate storte perché a Riga, fin dall’indipendenza, si è stati costretti a importare dall’estero per far fronte alla domanda di beni e capitali, pagando il disavanzo anche con i proventi della bolla edilizia mondiale, oggi sgonfiata. Il Paese ha avuto poi «il più rapido boom del credito di tutta l’Europa orientale, il vero traino dell’economia. Oggi questo si è completamente prosciugato», spiega il professor Morten Hansen, capo del dipartimento economico della Stockholm School of Economics di Riga. I problemi maggiori sono ora «la disoccupazione in aumento – oggi al 17% e la seconda in Europa – e una politica fiscale che costringe il Paese a tagliare le spese, esacerbando la crisi. Non vedo la luce alla fine del tunnel», afferma Hansen.
«In passato le spese del governo si sono espanse rapidamente e la crisi e i problemi delle banche le hanno rese insostenibili. Adesso l’economia si sta adattando, in modo molto duro, alle nuove condizioni», aggiunge Andrejs Jakobsons, ricercatore alla Riga Business School ed ex economista alla Banca mondiale. Per il 2010, «sarebbe già positivo se il Paese tornasse a una crescita zero», conferma l’economista.
Esplosione baltica
Quello che è certo è che, malgrado le dimensioni, Lettonia, Estonia e Lituania possono provocare, secondo le previsioni del Financial Times, «un’esplosione baltica» e minacciare la ripresa in Europa. «Le banche presenti a Riga sono state aggressive sul fronte del credito. Gran parte dei mutui sono denominati in euro, ma la gente guadagna in valuta locale. Finché il cambio è stabile, nessun problema», spiega Jakobsons, ma se la Lettonia dovesse svalutare la moneta per far ripartire l’export o subisse attacchi speculativi, sarebbero innumerevoli i casi di bad loans pronti a detonare nei bilanci delle banche, in particolare quelle scandinave. «Una svalutazione quasi sicuramente non è vicina, anche perché l’Fmi non lo permette e perché sarebbero enormi i costi sociali per aiutare chi non riesce a ripagare i mutui», auspica Jakobsons.
«Circa il 60% delle banche è di proprietà straniera – in Estonia si arriva al 98% – e queste erano più che felici di erogare mutui facili», spiega Hansen. Troppo facili? «Hanno prestato troppo, ma ci sono sempre due soggetti a firmare un accordo ed entrambi vanno biasimati. E non dimentichiamo il governo, che ha agito tardi, sebbene fosse stato allertato dall’Fmi, dalla Banca centrale e dagli economisti, tra cui il sottoscritto».
Costi sociali elevati
L’ostacolo maggiore, dopo il prestito dell’Fmi-Ue, è lo scarso margine di manovra che ha «il governo per far ripartire l’economia e contenere la disoccupazione. Hanno speso troppo negli anni di grassa, ora devono solo seguire le istruzioni del Fondo e dell’Ue», afferma Jakobsons, riferendosi al rigido limite al deficit di bilancio, ai pesanti tagli della spesa pubblica, degli stipendi statali e delle pensioni e alla riforma del settore pubblico che, per Hansen, «è triste non si sia fatta prima».
«Il pericolo più insidioso ora è l’instabilità del governo in vista delle elezioni del prossimo anno. Nessuno vuole assumersi la responsabilità di prendere nuove decisioni impopolari, anche se concordate con l’Fmi. Se le tensioni sui tagli al budget continuassero, potrebbero essere a rischio i prestiti internazionali», chiarisce Nils Muiznieks, ex ministro per l’Integrazione sociale e direttore dell’Istituto per la ricerca sociale e politica dell’università di Riga.
«Siamo entrati in un territorio sconosciuto, con riduzioni al bilancio mai viste prima e tagli dei salari fino al 25%, ma senza grandi scioperi perché la gente capisce che non c’è altra scelta. Gli ultratrentenni pensano che, dopo essere sopravvissuti al comunismo e all’iperinflazione dei primi anni Novanta, se la caveranno anche in questa crisi», aggiunge l’ex ministro. Che però fa balenare il rischio «emigrazione dei disoccupati lettoni verso l’Europa», se la ripresa tardasse.
Manodopera specializzata
Potrebbe esserci tuttavia anche una migrazione in senso opposto, quella di imprese straniere allettate dal surplus di manodopera specializzata. Ma difficilmente saranno numerose quelle italiane, già oggi quasi assenti perché «non hanno capito il potenziale della Lettonia, un Paese con competenze specifiche nell’abbigliamento, nella macellazione della carne e nella health technology. Ci sono aziende private che hanno tecnologia e conoscenze per collaborare agevolmente con le nostre imprese, specie con quelle del Nordest», spiega Danilo Loforte, consulente aziendale con una grande esperienza in Lettonia. Anche il commercio di prodotti Made in Italy potrebbe avere successo, ma solo «se fatto bene. I prodotti alimentari italiani in vendita oggi nei supermercati arrivano infatti vecchi dalla Polonia, non direttamente dall’Italia», continua l’analista. Che suggerisce la Lettonia come «scelta strategica in questo momento di crisi. Il Paese è la «spiaggia» della confinante Russia, tutti i prodotti che vi arrivano raggiungono anche Estonia e Lituania. E ha una scolarità superiore alla nostra. Quell’area non a caso era uno dei motori dell’economia sovietica». La speranza è che il motore non si sia inceppato del tutto. «Il Paese uscirà con molta fatica da questa crisi. I soldi della Ue non hanno contribuito allo sviluppo dell’economia di base, non sono finiti alle piccole imprese lettoni. Noi ora abbiamo il credit crunch, la Lettonia ce l’ha sempre avuto».













